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CORSO BIBLICO 2007/08
4a Lezione, Martedì 16
Ottobre
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GENESI 3
IL PECCATO E’ UN’OFFESA A DIO
Nel linguaggio usato in
Israele il peccato era definito un’offesa a DIO. Il peccato
però è spesso un’offesa alla persona,
all’uomo, a noi stessi. Se si parla di offesa a DIO vuol dire
che in Israele lentamente c’è stata una presa di
coscienza del legame indissolubile che lega l’uomo a
DIO.
Genesi 3, appartiene alla tradizione
Jahvista, che ha avuto le sue origini verso il 10° secolo a.C.
E’ il tempo in cui si comincia a riflettere sulla salvezza,
sul male, sul peccato e sull’uomo.
L’autore ha utilizzato
dei Miti, cioè dei racconti creati dalla gente per calmare
l’angoscia suscitata da certi interrogativi: perché
esiste il male? Perché è inevitabile la tribolazione del
lavoro? Perché esiste la sofferenza? Perché la natura non
ci fa mancare le sue disgrazie? Perché sono colpiti, insieme
agli empi, anche gl’innocenti?
L’autore, consapevole
che il male è ovunque e in ogni tempo, conclude che debba
esserci stato già all’origine.
L’ARMONIA DELL’ALLEANZA
In Genesi 2, DIO crea
l’Uomo. Vedendolo solo, DIO crea un bellissimo giardino:
l’Eden e lo riempie di vegetazione e di animali. A questo
punto DIO prende Adamo, ve lo pone dentro e glielo affida,
affinché dia un nome a tutto, lo governi e lo coltivi. Infine,
gli dà una compagna, perché abbia collaborazione e
compagnia. In questo giardino entrambi sono nudi, ma non ne provano
vergogna, Adamo ed Eva sono nudi perché nulla hanno di loro,
tutto è stato loro donato da DIO, da cui dipendono in quanto
creature. Questa nudità non si riferisce al pudore nei
confronti dei loro organi genitali, ma al fatto che ancora sono
creature trasparenti, che ancora non sentono la necessità di
nascondere qualcosa di sé: i propri pensieri, i propri
sentimenti, le proprie aspirazioni.
Tutto è in perfetta
armonia: l’alleanza di Dio con l’Uomo, la
collaborazione tra l’uomo e la donna e il rapporto tra
l’uomo e la natura.
LA ROTTURA DELL’ALLEANZA
Se avessero vissuto la
loro nudità (o creaturalità) in comunione con DIO, Adamo
ed Eva non si sarebbero sentiti umiliati, ma realizzati e felici.
Invece, il dubbio e il desiderio di realizzarsi senza DIO,
richiudendosi su se stessi, hanno portato Adamo ed Eva ad ignorare
la pienezza del dono e a vedere DIO come il nemico della loro
libertà e della loro autonomia.
Certo, il male è
entrato dall’esterno, il serpente ha la sua parte di
responsabilità. Se il serpente, come principio del male, non
fosse esistito e non avesse avuto una diabolica capacità di
seduzione, se la libertà d’Adamo ed Eva non li avesse
resi vulnerabili, forse l’umanità non avrebbero
imboccato la strada che l’ha portata lontano da DIO.
Altrettanto certo però è che Adamo ed Eva erano
adeguatamente attrezzati di una libera volontà, potevano dire
anche: NO! Invece, tentati, hanno volontariamente detto SI,
lasciando prevalere il loro orgoglio e la loro
ambizione.
La rottura dell’alleanza con DIO
è il primo passo che porterà alla rottura della
solidarietà fra Adamo ed Eva, e introdurrà la
competizione, la prevaricazione ed i conflitti nei rapporti umani.
Anche la natura diventerà ostile: l’uomo dovrà
lottare e faticare per guadagnarsi il cibo. Infine, non potendo
più alimentarsi dall’albero della vita, la morte entra a
far parte dell’esperienza umana.
Le generazioni che si sono
succedute dopo Adamo ed Eva, nascono in una situazione già
condizionata da questo primo peccato, ma a loro volta hanno
aggiunto peccato a peccato (vedi Caino). E’ in questo senso
che noi nasciamo nel peccato.
DOVE
SEI?
DIO tutto vede e tutto sa,
ma essendo Amore e nient’altro che Amore, con la tenerezza di
un Padre cerca le sue creature: “Dove
sei?”. Quella fu la prima volta, alla
quale ne sono seguite molte altre. DIO ci ha sempre cercati e ci
cerca sempre. Ogni volta che noi sentiamo nostalgia di DIO è
Lui che ci cerca e ci interpella: ”Dove
sei?”
MALEDETTI SONO IL
SERPENTE ED IL SUOLO MA NON VOI!
DIO maledice il serpente e
maledice il suolo, che da quel momento diviene ostile, ma non
maledice l’uomo e la donna. Dio non cancella la benedizione
che rende vivi e fecondi l'uomo e la donna, malgrado la rottura
dell’alleanza.
La donna, prima chiamata
Isshah (femminile di Ish, “uomo”), riceve un nuovo
nome: Hawwah, da noi tradotto con Eva, termine che significa
«la vivente», la sorgente della vita. È una nota
positiva, dunque: nonostante tutto, la benedizione divina che rende
feconda la donna continua ad operare. E ogni volta che un bambino
nasce, ci porta il messaggio che DIO non si è ancora stancato
di noi.
UN NUOVO ADAMO ED UNA
NUOVA EVA GLI SCHIACCERANNO LA TESTA.
DIO rivela il suo progetto:
“Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua
stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le
insidierai il calcagno.”
Il testo, così com'è, parla di
lotta permanente tra bene e male, con la sottintesa fiducia nella
prevalenza del bene sul male. Nella lettura cristiana, il versetto
è una anticipazione profetica: a “schiacciare” la
testa del serpente e della sua discendenza malvagia è la Donna
per eccellenza, cioè la madre del Messia, Maria Vergine, Madre
di Gesù Cristo. Sono la nuova Eva ed il nuovo Adamo
(anch’essi concepiti senza peccato
originale), che hanno risposto: SI al Padre, ottenendo in tal modo
la salvezza per l’intera umanità. È per questo che
il v. 15 del brano è stato chiamato
“protovangelo”, il “primo vangelo” di
speranza e di liberazione dal male.
LA TENEREZZA DI UN PADRE
CHE RIDA’ DIGNITA’ A UN FIGLIO CHE
SI VERGOGNA.
“DIO fece
all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li
vestì.” Preparare le vesti,
segno di protezione e di dignità, era proprio in Oriente del
padre di famiglia. Il Signore ora si preoccupa delle sue creature
che si vergognano della loro nudità, cioè della loro
nuova condizione, e le riveste con la tenerezza di un padre,
dà loro una difesa e un segno di dignità, li copre, li
mette nella condizione di non vergognarsi, di non doversi
nascondere, di mantenere un rapporto col Lui, il loro
Creatore.
L’ANNUNCIO
E’:
“Io porrò
inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il
calcagno.”
EZECHIELE 16
Il capitolo Ez 16 è la
narrazione simbolica di una relazione nuziale, che rappresenta il
rapporto di alleanza tra JHWH e Israele.
Il brano
è la storia di una trovatella, figlia di
genitori pagani, abbandonata in aperta campagna appena partorita.
Su un sentiero vicino passa un signore che la vede, la cura,
l’adotta e, quando la ragazza è cresciuta, stende il
lembo del mantello su di lei, compiendo così l’atto
ufficiale del matrimonio. La colma di ogni genere di doni: vestiti
ricamati, calzature di pelle, veli di lino fine, bracciali, collane
e orecchini.
Viene così descritta
l’origine di Israele, che proveniva con Abramo da un
territorio pagano e che aveva ricevuto in dono la terra promessa
con tutti i suoi beni. Il pensiero poi corre al regno salomonico,
quando la nazione ebraica era simile a una regina. Come Israele
aveva infranto l’alleanza con Dio votandosi agli idoli,
così questa sposa, colma di doni, si dedica al tradimento con
un’infame frenesia.
Nella descrizione
dell’adulterio ci sono espliciti rimandi ai culti idolatrici
cananei: essi comprendevano atti sessuali, che Israele compiva e
che la Bibbia definisce come prostituzione. L’accusa si fa
violenta e, con il peccato di idolatria esplicito, coinvolge anche
quello implicito, consistente nelle alleanze politiche con gli
Assiri e con i Babilonesi. È un crescendo di infedeltà al
Signore che rende Israele "una prostituta licenziosa".
Questa lunga parte
costituisce l’atto di accusa formale che JHWH per bocca del
profeta sta formulando contro il suo popolo. Le parole di condanna
si moltiplicano, si accendono sempre di più e vogliono
rappresentare un Dio innamorato, che è stato ferito nei suoi
sentimenti. Il linguaggio crudo riflette quella che la Bibbia
chiama la "gelosia" di Dio, cioè la sua passione esclusiva nei
confronti di Israele, una passione che non sopporta tradimenti, che
non minimizza il peccato. Il popolo ha svelato le radici maligne
del suo cuore e non si è lasciato conquistare dalla tenerezza
dell’amore divino.
All’accusa
seguirà una sentenza inesorabile nei confronti della
comunità ebraica infedele al suo sposo divino. Essa sarà
certamente punita per la sua arroganza, ma, giunta all’abisso
dell’umiliazione, potrà incontrare ancora l’amore
del suo sposo e Signore. Egli, infatti, si ricorderà del patto
stipulato con lei nella giovinezza: come si sa il
“ricordo” divino nella Bibbia non è solo
rievocazione nostalgica, ma è un atto efficace che riporta in
vita la bellezza dell’antico amore. È per questo che la
parabola approda in finale al patto nuovo e perenne
("un’alleanza eterna", versetto 60) che si stabilirà tra
JHWH e il suo popolo ormai convertito, pronto a riconoscere il suo
peccato e a professare la sua fede e il suo amore per Dio. Ancora
una volta, dopo una tempestosa pagina di giudizio, l’ultima
parola è di speranza e di perdono.
L’ANNUNCIO
E’:
“Anch’Io mi
ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della
tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza
eterna.”
EZECHIELE 18
Ezechiele 18 introduce una
riflessione sulla responsabilità morale. Essa ha come scopo la
giustificazione del comportamento del Signore nell’attuale
momento. Il profeta diventa, quindi, il difensore di JHWH agli
occhi del popolo, tentato di accusare Dio per la vicenda amara che
sta vivendo.
Il profeta punta
l’indice sulla responsabilità personale: "colui che
pecca, egli solo deve morire". Si elencano dodici delitti in forma
positiva o negativa, e si afferma che chi se ne astiene e si
comporta rettamente, costui non può essere sottoposto al
giudizio divino (versetti 5-9). C’è, però,
un’altra situazione possibile. Il figlio di un uomo giusto si
dedica alla pratica sistematica di questi peccati contro Dio e
contro il prossimo: sarà lui a dover subire la condanna
divina, senza coinvolgervi il padre che l’ha generato e
allevato (versetti 10-13). Si ipotizza un nuovo caso. Il figlio di
un uomo perverso sceglie, invece, la via della giustizia,
astenendosi dalle colpe del padre: egli sarà premiato e non
certo condannato per le colpe del genitore (versetti
14-18).
Viene, così, demolito
il principio caro alla teologia tradizionale precedente, quello
della solidarietà nel male tra le generazioni e
nell’ambito della stessa comunità. "La persona che
pecca, quella deve morire", sottolinea il profeta, che vuole
salvare il “resto” fedele di Israele dal giudizio
divino che sta incombendo sulla nazione. Si presentano, così,
due casi antitetici, che vogliono dimostrare questa nuova tesi.
C’è innanzitutto quello del malvagio che si converte:
costui non sarà sottoposto alla condanna divina e potrà
continuare a vivere, perché il Signore non è un sovrano
sadico, ma un Dio misericordioso. Al contrario, se un giusto si
abbandona al male pervertendosi, è chiaro che il Signore gli
imputerà questo mutamento di vita e lo giudicherà
severamente.
L’obiezione degli
uditori, ribadita due volte (versetti 25 e 29), costringe il
profeta a ripetere la sua affermazione, esponendo i casi sopra
citati del giusto che si perverte e dell’empio che si
converte, così da approdare a un estremo appello alla
conversione personale come via privilegiata per la salvezza.
L’invito è particolarmente caloroso e riprende il tema
del "cuore nuovo" e dello "spirito nuovo", cioè della radicale
trasformazione interiore perché si abbia la vita. L’uomo
è definito secondo le sue scelte, mentre la comunità,
sebbene eserciti un influsso sui singoli, non ne cancella agli
occhi di Dio l’individualità.
L’ANNUNCIO
E’:
“Io non godo della
morte di chi muore. Parola del Signore Dio. Convertitevi e
vivrete.”
- DIO mi cerca, io dove
sono ?
- Io mi sento libero solo
quando dico di NO! a DIO ? Quando contrappongo la mia volontà
alla Sua ? Quando oppongo la mia ribellione al suo Amore
?
- Le Sacre scritture ci
rivelano che esistono una vita eterna ed una morte eterna. Sono
consapevole che la conversione personale è la via privilegiata
per la salvezza ?
SALMO 130
In questo Salmo un uomo
prega ed esprime nella sua preghiera un profondo e sincero
sentimento di colpevolezza. Quest’uomo però non è
disperato e neppure rassegnato. Quest’uomo ha fede in Dio.
Non in una divinità tremendamente affamata di olocausti e
sacrifici, ma in un Dio che è Amore, capace di misericordia e
di riscatto, capace di rigenerare la sua
creatura.
Questo Dio non concede il
perdono soltanto quando glielo si chiede. E’
un Dio che perdona sempre, perché ama
sempre. Il perdono, infatti, è un super-dono di Amore. Un
Amore gratuito che questo Dio nutre per le sue creature, sempre,
anche quando queste non lo meritano.
E’ da questa
consapevolezza, dell’Amore fedele di Dio per lui, che nasce
la speranza nel suo perdono e nel suo
riscatto.
Anche se si trova in un abisso di peccato,
di solitudine, di sconforto, di confusione, il peccatore non deve
mai disperarsi. Basta che lui desideri ed attenda il perdono del
Signore con l’ansia della sentinella che aspetta lo spuntar
del sole: quel sole che rischiara, che disperde i pericoli che
animano il buio, che permette di vedere meglio e lontano, quel sole
che riscalda l’aria, che scioglie le paure, quel sole che
consente finalmente il riposo. E come il sole il perdono di Dio
verrà, anzi Dio è già lì accanto a lui, pronto
a perdonarlo col suo Amore misericordioso. Basta che il peccatore
Gli apra la porta del suo cuore e lo accetti come Padre. A rifarlo
nuovo sarà il suo Paterno Amore, e quanto più si
lascerà amare e pervadere dal suo Amore, tanto più il
peccatore realizzerà il suo riscatto.
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