4a lezione

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parrocchia - corso bibbia
Sabato 13 Dicembre 2008 01:46

CORSO BIBLICO 2007/08




4a Lezione, Martedì 16 Ottobre


  
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GENESI 3

 

IL PECCATO E’ UN’OFFESA A DIO

Nel linguaggio usato in Israele il peccato era definito un’offesa a DIO. Il peccato però è spesso un’offesa alla persona, all’uomo, a noi stessi. Se si parla di offesa a DIO vuol dire che in Israele lentamente c’è stata una presa di coscienza del legame indissolubile che lega l’uomo a DIO.

Genesi 3, appartiene alla tradizione Jahvista, che ha avuto le sue origini verso il 10° secolo a.C. E’ il tempo in cui si comincia a riflettere sulla salvezza, sul male, sul peccato e sull’uomo.

L’autore ha utilizzato dei Miti, cioè dei racconti creati dalla gente per calmare l’angoscia suscitata da certi interrogativi: perché esiste il male? Perché è inevitabile la tribolazione del lavoro? Perché esiste la sofferenza? Perché la natura non ci fa mancare le sue disgrazie? Perché sono colpiti, insieme agli empi, anche gl’innocenti?

L’autore, consapevole che il male è ovunque e in ogni tempo, conclude che debba esserci stato già all’origine.

 

L’ARMONIA DELL’ALLEANZA

In Genesi 2, DIO crea l’Uomo. Vedendolo solo, DIO crea un bellissimo giardino: l’Eden e lo riempie di vegetazione e di animali. A questo punto DIO prende Adamo, ve lo pone dentro e glielo affida, affinché dia un nome a tutto, lo governi e lo coltivi. Infine, gli dà una compagna, perché abbia collaborazione e compagnia. In questo giardino entrambi sono nudi, ma non ne provano vergogna, Adamo ed Eva sono nudi perché nulla hanno di loro, tutto è stato loro donato da DIO, da cui dipendono in quanto creature. Questa nudità non si riferisce al pudore nei confronti dei loro organi genitali, ma al fatto che ancora sono creature trasparenti, che ancora non sentono la necessità di nascondere qualcosa di sé: i propri pensieri, i propri sentimenti, le proprie aspirazioni.

Tutto è in perfetta armonia: l’alleanza di Dio con l’Uomo, la collaborazione tra l’uomo e la donna e il rapporto tra l’uomo e la natura.

 

LA ROTTURA DELL’ALLEANZA

Se avessero vissuto la loro nudità (o creaturalità) in comunione con DIO, Adamo ed Eva non si sarebbero sentiti umiliati, ma realizzati e felici. Invece, il dubbio e il desiderio di realizzarsi senza DIO, richiudendosi su se stessi, hanno portato Adamo ed Eva ad ignorare la pienezza del dono e a vedere DIO come il nemico della loro libertà e della loro autonomia. 

Certo, il male è entrato dall’esterno, il serpente ha la sua parte di responsabilità. Se il serpente, come principio del male, non fosse esistito e non avesse avuto una diabolica capacità di seduzione, se la libertà d’Adamo ed Eva non li avesse resi vulnerabili, forse l’umanità non avrebbero imboccato la strada che l’ha portata lontano da DIO. Altrettanto certo però è che Adamo ed Eva erano adeguatamente attrezzati di una libera volontà, potevano dire anche: NO! Invece, tentati, hanno volontariamente detto SI, lasciando prevalere il loro orgoglio e la loro ambizione. 

La rottura dell’alleanza con DIO è il primo passo che porterà alla rottura della solidarietà fra Adamo ed Eva, e introdurrà la competizione, la prevaricazione ed i conflitti nei rapporti umani. Anche la natura diventerà ostile: l’uomo dovrà lottare e faticare per guadagnarsi il cibo. Infine, non potendo più alimentarsi dall’albero della vita, la morte entra a far parte dell’esperienza umana.

Le generazioni che si sono succedute dopo Adamo ed Eva, nascono in una situazione già condizionata da questo primo peccato, ma a loro volta hanno aggiunto peccato a peccato (vedi Caino). E’ in questo senso che noi nasciamo nel peccato.

 

DOVE SEI?

DIO tutto vede e tutto sa, ma essendo Amore e nient’altro che Amore, con la tenerezza di un Padre cerca le sue creature: “Dove sei?”.  Quella fu la prima volta, alla quale ne sono seguite molte altre. DIO ci ha sempre cercati e ci cerca sempre. Ogni volta che noi sentiamo nostalgia di DIO è Lui che ci cerca e ci interpella: ”Dove sei?”

 

MALEDETTI SONO IL SERPENTE ED IL SUOLO MA NON VOI!

DIO maledice il serpente e maledice il suolo, che da quel momento diviene ostile, ma non maledice l’uomo e la donna. Dio non cancella la benedizione che rende vivi e fecondi l'uomo e la donna, malgrado la rottura dell’alleanza.

La donna, prima chiamata Isshah (femminile di Ish, “uomo”), riceve un nuovo nome: Hawwah, da noi tradotto con Eva, termine che significa «la vivente», la sorgente della vita. È una nota positiva, dunque: nonostante tutto, la benedizione divina che rende feconda la donna continua ad operare. E ogni volta che un bambino nasce, ci porta il messaggio che DIO non si è ancora stancato di noi.

UN NUOVO ADAMO ED UNA NUOVA EVA GLI SCHIACCERANNO LA TESTA.

DIO rivela il suo progetto: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno.”

Il testo, così com'è, parla di lotta permanente tra bene e male, con la sottintesa fiducia nella prevalenza del bene sul male. Nella lettura cristiana, il versetto è una anticipazione profetica: a “schiacciare” la testa del serpente e della sua discendenza malvagia è la Donna per eccellenza, cioè la madre del Messia, Maria Vergine, Madre di Gesù Cristo. Sono la nuova Eva ed il nuovo Adamo (anch’essi  concepiti senza peccato originale), che hanno risposto: SI al Padre, ottenendo in tal modo la salvezza per l’intera umanità. È per questo che il v. 15 del brano è stato chiamato “protovangelo”, il “primo vangelo” di speranza e di liberazione dal male.

 

LA TENEREZZA DI UN PADRE CHE RIDA’ DIGNITA’ A  UN FIGLIO CHE SI VERGOGNA.

“DIO fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì.” Preparare le vesti, segno di protezione e di dignità, era proprio in Oriente del padre di famiglia. Il Signore ora si preoccupa delle sue creature che si vergognano della loro nudità, cioè della loro nuova condizione, e le riveste con la tenerezza di un padre, dà loro una difesa e un segno di dignità, li copre, li mette nella condizione di non vergognarsi, di non doversi nascondere, di mantenere un rapporto col Lui, il loro Creatore.

 

L’ANNUNCIO E’:

“Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno.”

 

 

EZECHIELE 16

 

Il capitolo Ez 16 è la narrazione simbolica di una relazione nuziale, che rappresenta il rapporto di alleanza tra JHWH e Israele.

Il brano è  la storia di una trovatella, figlia di genitori pagani, abbandonata in aperta campagna appena partorita. Su un sentiero vicino passa un signore che la vede, la cura, l’adotta e, quando la ragazza è cresciuta, stende il lembo del mantello su di lei, compiendo così l’atto ufficiale del matrimonio. La colma di ogni genere di doni: vestiti ricamati, calzature di pelle, veli di lino fine, bracciali, collane e orecchini.

 

Viene così descritta l’origine di Israele, che proveniva con Abramo da un territorio pagano e che aveva ricevuto in dono la terra promessa con tutti i suoi beni. Il pensiero poi corre al regno salomonico, quando la nazione ebraica era simile a una regina. Come Israele aveva infranto l’alleanza con Dio votandosi agli idoli, così questa sposa, colma di doni, si dedica al tradimento con un’infame frenesia.

Nella descrizione dell’adulterio ci sono espliciti rimandi ai culti idolatrici cananei: essi comprendevano atti sessuali, che Israele compiva e che la Bibbia definisce come prostituzione. L’accusa si fa violenta e, con il peccato di idolatria esplicito, coinvolge anche quello implicito, consistente nelle alleanze politiche con gli Assiri e con i Babilonesi. È un crescendo di infedeltà al Signore che rende Israele "una prostituta licenziosa".

 

Questa lunga parte costituisce l’atto di accusa formale che JHWH per bocca del profeta sta formulando contro il suo popolo. Le parole di condanna si moltiplicano, si accendono sempre di più e vogliono rappresentare un Dio innamorato, che è stato ferito nei suoi sentimenti. Il linguaggio crudo riflette quella che la Bibbia chiama la "gelosia" di Dio, cioè la sua passione esclusiva nei confronti di Israele, una passione che non sopporta tradimenti, che non minimizza il peccato. Il popolo ha svelato le radici maligne del suo cuore e non si è lasciato conquistare dalla tenerezza dell’amore divino.

All’accusa seguirà una sentenza inesorabile nei confronti della comunità ebraica infedele al suo sposo divino. Essa sarà certamente punita per la sua arroganza, ma, giunta all’abisso dell’umiliazione, potrà incontrare ancora l’amore del suo sposo e Signore. Egli, infatti, si ricorderà del patto stipulato con lei nella giovinezza: come si sa il “ricordo” divino nella Bibbia non è solo rievocazione nostalgica, ma è un atto efficace che riporta in vita la bellezza dell’antico amore. È per questo che la parabola approda in finale al patto nuovo e perenne ("un’alleanza eterna", versetto 60) che si stabilirà tra JHWH e il suo popolo ormai convertito, pronto a riconoscere il suo peccato e a professare la sua fede e il suo amore per Dio. Ancora una volta, dopo una tempestosa pagina di giudizio, l’ultima parola è di speranza e di perdono.

 

L’ANNUNCIO E’:

“Anch’Io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna.”

 

EZECHIELE 18

Ezechiele 18 introduce una riflessione sulla responsabilità morale. Essa ha come scopo la giustificazione del comportamento del Signore nell’attuale momento. Il profeta diventa, quindi, il difensore di JHWH agli occhi del popolo, tentato di accusare Dio per la vicenda amara che sta vivendo.

Il profeta punta l’indice sulla responsabilità personale: "colui che pecca, egli solo deve morire". Si elencano dodici delitti in forma positiva o negativa, e si afferma che chi se ne astiene e si comporta rettamente, costui non può essere sottoposto al giudizio divino (versetti 5-9). C’è, però, un’altra situazione possibile. Il figlio di un uomo giusto si dedica alla pratica sistematica di questi peccati contro Dio e contro il prossimo: sarà lui a dover subire la condanna divina, senza coinvolgervi il padre che l’ha generato e allevato (versetti 10-13). Si ipotizza un nuovo caso. Il figlio di un uomo perverso sceglie, invece, la via della giustizia, astenendosi dalle colpe del padre: egli sarà premiato e non certo condannato per le colpe del genitore (versetti 14-18).

Viene, così, demolito il principio caro alla teologia tradizionale precedente, quello della solidarietà nel male tra le generazioni e nell’ambito della stessa comunità. "La persona che pecca, quella deve morire", sottolinea il profeta, che vuole salvare il “resto” fedele di Israele dal giudizio divino che sta incombendo sulla nazione. Si presentano, così, due casi antitetici, che vogliono dimostrare questa nuova tesi. C’è innanzitutto quello del malvagio che si converte: costui non sarà sottoposto alla condanna divina e potrà continuare a vivere, perché il Signore non è un sovrano sadico, ma un Dio misericordioso. Al contrario, se un giusto si abbandona al male pervertendosi, è chiaro che il Signore gli imputerà questo mutamento di vita e lo giudicherà severamente.

L’obiezione degli uditori, ribadita due volte (versetti 25 e 29), costringe il profeta a ripetere la sua affermazione, esponendo i casi sopra citati del giusto che si perverte e dell’empio che si converte, così da approdare a un estremo appello alla conversione personale come via privilegiata per la salvezza. L’invito è particolarmente caloroso e riprende il tema del "cuore nuovo" e dello "spirito nuovo", cioè della radicale trasformazione interiore perché si abbia la vita. L’uomo è definito secondo le sue scelte, mentre la comunità, sebbene eserciti un influsso sui singoli, non ne cancella agli occhi di Dio l’individualità.

 

 

L’ANNUNCIO E’:                    

“Io non godo della morte di chi muore. Parola del Signore Dio. Convertitevi e vivrete.”

 

 

ATTUALIZZAZIONE:

  • DIO mi cerca, io dove sono ?
  • Io mi sento libero solo quando dico di NO! a DIO ? Quando contrappongo la mia volontà alla Sua ? Quando oppongo la mia ribellione al suo Amore ?
  • Le Sacre scritture ci rivelano che esistono una vita eterna ed una morte eterna. Sono consapevole che la conversione personale è la via privilegiata per la salvezza ?

 

 

SALMO 130

 

In questo Salmo un uomo prega ed esprime nella sua preghiera un profondo e sincero sentimento di colpevolezza. Quest’uomo però non è disperato e neppure rassegnato. Quest’uomo ha fede in Dio. Non in una divinità tremendamente affamata di olocausti e sacrifici, ma in un Dio che è Amore, capace di misericordia e di riscatto, capace di rigenerare la sua creatura.

Questo Dio non concede il perdono soltanto quando glielo si chiede. E’ un  Dio che perdona sempre, perché ama sempre. Il perdono, infatti, è un super-dono di Amore. Un Amore gratuito che questo Dio nutre per le sue creature, sempre, anche quando queste non lo meritano.

E’ da questa consapevolezza, dell’Amore fedele di Dio per lui, che nasce la speranza nel suo perdono e nel suo riscatto.

Anche se si trova in un abisso di peccato, di solitudine, di sconforto, di confusione, il peccatore non deve mai disperarsi. Basta che lui desideri ed attenda il perdono del Signore con l’ansia della sentinella che aspetta lo spuntar del sole: quel sole che rischiara, che disperde i pericoli che animano il buio, che permette di vedere meglio e lontano, quel sole che riscalda l’aria, che scioglie le paure, quel sole che consente finalmente il riposo. E come il sole il perdono di Dio verrà, anzi Dio è già lì accanto a lui, pronto a perdonarlo col suo Amore misericordioso. Basta che il peccatore Gli apra la porta del suo cuore e lo accetti come Padre. A rifarlo nuovo sarà il suo Paterno Amore, e quanto più si lascerà amare e pervadere dal suo Amore, tanto più il peccatore realizzerà il suo riscatto.


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