25a lezione

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parrocchia - corso bibbia
Sabato 13 Dicembre 2008 01:45

CORSO BIBLICO 2007/08



25a Lezione, Martedì 27 Maggio 2008


GUARIGIONE DI UN PARALITICO

… anche di nome Matteo l’evangelista

Mt 9,1-13 

Matteo parla di una barca da cui scende Gesù solo. La barca intende collegarci mentalmente a quanto accaduto prima: la tempesta sul mare di Tiberiade e la cacciata del demonio dai due Gadareni. Ma i discepoli dove sono andati a finire? Inoltre  Gesù “venne nella sua città”. Di che città si tratta? Finora Matteo ha parlato di Nazareth come della città di Gesù: qui si tratta della città di Cafarnao.

Perché Matteo dice “sua”? Perché ha preso dimora presso una delle tante casupole attorno al lago; oppure perché Gesù si era registrato a Cafarnao per pagare in quel luogo le tasse prescritte dalla legge; o anche perché quasi tutti i suoi discepoli erano di quella città. Comunque, Matteo dice che Cafarnao era la “sua” città.

Al versetto 2 è scritto che “gli portarono un paralitico steso su un letto”. Chi è il soggetto di “portarono”? Il Paralitico è uno che è immobilizzato, che non può avere che pochissime relazioni con gli altri, e che quindi non realizza il compito principale dell’uomo che è quello di muoversi, di camminare.

L’uomo è viator.. Quindi, il paralitico è colui che ha fallito la sua esistenza. Se non può camminare, non può neanche raggiungere la sua casa, il luogo che conferisce senso e realizzazione alla propria vita. Matteo accentua deliberatamente la situazione disperata di quest’uomo, dicendo che “era steso su un letto”. Il letto sembra essere la sua dimora. Ora, sul letto si sta lo stretto necessario e non giorno e notte e non sempre, altrimenti si è malati o si e è morti.

Continua il versetto 2: “Gesù vista la loro fede…” Non sappiamo chi sono questi “loro”dall’evangelista Matteo, né quanti siano; ma veniamo a sapere che essi hanno fede. Tanta fede da non presentare a Gesù nemmeno il motivo per cui sono venuti lì con tanta premura. Ma Gesù li accontenta, andando incontro alla loro fiducia, stroncando la radice di ogni male, presente in quel loro amico paralitico: il peccato. Dice infatti Gesù: “Coraggio, figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati”.

Il peccato è ciò che tiene lontani da Dio e dagli uomini: priva di comunicazione il disgraziato che ne è colpito. Collegato al peccato, purtroppo, è il pensiero che Dio sia legge che giudica e punisce. Per non peccare e, quindi, per far contento Dio, si osserva la legge; se non lo si fa si prova senso di colpa e conseguentemente bisogno di espiarla. Ogni religione si muove attorno a questi tre momenti: dovere, colpa ed espiazione.

Purtroppo, solo da  questa angolatura noi comprendiamo Dio: egli è colui che chiede un’osservanza, che giudica la colpa e che la fa espiare. L’uomo, in questo caso, ha ben poca libertà di movimento: il dovere, la legge, gli risultano difficili da compiere e allora egli finisce per caricarsi di colpe e vive in un infinito bisogno di espiazione. L’uomo, ogni uomo, è simile a questo paralitico, steso sul letto, pronto per la sepoltura come chi non ha più carte da giocare per poter vivere con un senso il resto dei suoi giorni.

 A meno che non intervenga qualcuno che rompe questa tragica gabbia e lo faccia alzare in piedi e andare verso il suo destino, verso casa. Ed è quello che Gesù fa dicendo: “Ti sono rimessi i peccati”. Cioè, la gabbia è rotta, tu puoi dirigerti sia verso Dio che verso i fratelli. La tua vita è tornata movimento. Puoi andare a casa tua, dal tuo Dio, allontanandoti dal quale, hai fallito tutto e hai paralizzato la tua esistenza.

Dio chiede ad Adamo nel paradiso terrestre: “Adamo, dove sei?” Adamo non era più al suo posto, se ne era allontanato e da quel primo errore vennero tutti gli altri e la sua vita si paralizzò. Solo Dio è il posto dove deve stare l’uomo; il peccato è allontanarsi da quel posto.

Ora, Gesù dicendo a questo Adamo fallimentare e paralizzato: ti sono rimessi i peccati; manda lontano il fallimento di Adamo che rimane incollato a lui e lo lega. Gesù rompe la trama dei fallimenti e lo fa gratis, senza chiedere nulla in cambio. Non chiede espiazione, contravvenendo alla bibbia nel libro del Levitico ai capitoli 4 e 5. Perciò gli scribi che assistono al fatto pensano tra loro: “Costui bestemmia!” (versetto 3).

Al versetto 4, però, Matteo rileva che i pensieri degli scribi non sono dei dubbi scolastici, ma vere malvagità. Essi pensano che Dio non può perdonare gratis, per puro amore, un’offesa, una disobbedienza alla sua santa legge; ma sempre, secondo loro, è richiesta una espiazione. Matteo dice che è una cattiveria pensare che Dio non sia amore che giustifica, assolve e perdona e pensare che lui sia pura legge che giudica, condanna, punisce.

E’ una grande scoperta per l’uomo, anzi una conversione del cuore e dello spirito, sembra dire Matteo, il riconoscere che Gesù il Figlio di Dio, invece di giudicare assolve; invece di condannare perdona; invece di punire espia per i peccatori andando a finire sulla croce. Questo è il vero potere di Dio manifesta la sua autorità in questo modo. E’ difficile per noi pensare come Dio, portati come siamo dal nostro orgoglio ed egoismo, a farci giustizia anche da soli.

Questo è il fatto inaudito per gli scribi ed anche per noi: Dio perdona senza richiedere espiazione. L’espiazione, caso mai, la sopporta lui stesso abbracciando la croce. Come dimostrazione che a Dio è possibile agire così, Gesù porta, a riprova, la guarigione del paralitico. A noi non è possibile né perdonare per puro amore; né fare camminare un paralitico. Ma a Dio sì: può perdonare e può far camminare.

Al versetto 6 Gesù dice: “Ora perché sappiate che il Figlio dell’Uomo ha in terra il potere di rimettere i peccati: alzati, disse al paralitico, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua”. Si capisce, quindi in questo caso, che il miracolo è il segno per mostrare sulla terra il potere di Dio che è quello di perdonare i peccati. Il fatto che il paralitico si alzi in piedi (risorge, come dice il testo greco, quasi che il letto fosse una tomba), e prenda il suo letto e torni a casa, è solo la dimostrazione esterna di quello che gli è capitato dentro col perdono dei peccati. Il paralitico è ora una persona nuova, un essere risorto da morte.

Al versetto 7 si dice che egli realmente “andò a casa sua”. Prima, col peccato, era fuori di casa, lontano da Dio, sua vera dimora. Ora, sanato nello spirito e nel corpo sa dove andare e ci va.

Il versetto 8 mette in evidenza ciò che la gente ha capito. Essa “rende gloria a Dio”, cioè riconosce che solo Dio poteva fare una cosa simile. E tale potere, Dio lo aveva consegnato anche agli uomini, attraverso Gesù, cioè, alla Chiesa.

 

LA VOCAZIONE DI MATTEO

 

Il brano che intendiamo meditare, tratta un argomento che rimane attuale anche oggi: come comportarsi con i peccatori? La chiesa è composta da giusti che sono usciti dal peccato, che si sono convertiti; ma con coloro che sono ancora legati al peccato per vari motivi, come comportarsi? Il Vangelo di Matteo ci dice: guarda a Gesù e comportati come lui con i peccatori.

I versetti ultimi del brano precedente terminano dicendo che un peccatore-paralitico se ne andò a casa sua guarito. Il suo peccato era reso evidente dalla paralisi che lo bloccava a letto. La remissione dei suoi peccati da parte di Gesù coincise col suo alzarsi dal letto e nell’andare a casa.

Nel presente brano, il versetto 9, ci parla di un altro peccatore, anzi, di un pubblico peccatore, il quale era “seduto” cioè, bloccato al tavolo a contare i soldi delle tasse. In Luca 5, 27 questo tizio lo si chiama “pubblicano”, cioè pubblico (da tutti riconosciuto come tale) peccatore, per due motivi: perché riscuoteva le tasse (nessuno è amato per questo lavoro) e perché lo faceva al servizio dei Romani che occupavano la Palestina. Romani: oppressori e pagani.

Per questo motivo, i pubblicani, non potevano testimoniare in tribunale né amministrare la giustizia. Erano, quindi, privati di tutti i diritti civili e politici. Gli esattori delle tasse, come lo era Matteo, erano malvisti da tutti e peccatori pubblici alla stregua di una prostituta, di un’adultera.

Come comportarsi con gente così?

Sempre al versetto 9, è utile notare che l’evangelista Matteo chiama questo esattore con l’appellativo “uomo”: Gesù passando vide “un uomo”. Per Marco, Gesù passando vide una persona di nome Levi e per Luca, Gesù vide “un pubblicano”. E’ logico che Matteo scorge un quel pubblico peccatore, un rappresentante dell’umanità. L’insieme degli uomini, per Matteo, non è dissimile da quell’uomo che è seduto a contare i soldi delle tasse.

C’è un altro particolare che vorrei sottolineare. L’evangelista Matteo chiama quell’uomo seduto al tavolo delle tasse, col nome di Matteo; gli altri due evangelisti, col nome di Levi. Chi avrà ragione? Forse Marco e Luca avrebbero fatto bene a precisare, come già fecero con Simon Pietro, che Matteo aveva due nomi e che, quindi era la stessa persona di Levi. Comunque  sia, il racconto della vocazione di Matteo, ci mostra la straordinaria indipendenza di Gesù davanti alle barriere che gli uomini di religione, scribi e farisei, avevano posto nei confronti dei peccatori. Egli passandogli accanto, dice a Matteo: “Seguimi”. E Matteo senza farsi tante domande, come dice Luca: “Lasciata ogni cosa, alzatosi, lo seguì”. Né Andrea, né Pietro, né Giacomo né Giovanni lasciarono il loro mestiere, forse perché visto non occasione di peccato.

Matteo a quel tavolo della imposte non si siederà più. Il testo greco di Luca lo dice in modo marcato: Matteo, buttando per terra ogni cosa (Kata-lipòn), si alzò ( il verbo greco è: anastàs che è il verbo che indica la Risurrezione di Gesù da Morte; quindi anche Matteo era in uno stato di morte e la parola di Gesù: Seguimi, lo risvegliò per la vita) e si mise a seguire Gesù, cioè a mettere i piedi dove li metteva il Maestro, come se Matteo fosse diventato la sua ombra. Seguire Gesù è il senso nuovo che acquista la vita di Matteo.

Ma quale direzione prendono i due, Gesù e Matteo? La stessa che prese il paralitico guarito da Gesù in Mt 9, 7: andarono a casa di Matteo. Ma l’evangelista Matteo salta questo particolare, ben evidenziato, invece, da Luca 5, 29.

Al versetto 10, Matteo dice che “Gesù sedeva a mensa in casa”. In casa di chi? Da Matteo non lo sappiamo, ma è logico pensare con Luca e Marco, che Gesù era in casa di Matteo stesso dato che lì si trovano i suoi colleghi di lavoro, cioè, i pubblicani e i peccatori. Una domanda: perché Matteo li invitò pur sapendo di accumulare accuse su accuse contro Gesù da parte dei religiosi ortodossi, i farisei? Probabilmente perché anche i suoi amici avessero modo di incontrare Gesù che aveva dato nuovo senso alla sua vita.

Sempre al versetto 10, si dice che questi poco-di-buono “si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli”. Matteo ci mette davanti ad una piccola Chiesa dove i giusti siedono accanto ai peccatori e Gesù non rifiuta di stare con loro. Per partecipare degnamente all’Eucarestia non ci è richiesto di essere giusti, bensì di riconoscere i nostri peccati, come facciamo all’inizio di ogni Messa. Ci accostiamo alla Comunione dicendo: “Signore, non sono degno”. Perché se ci sentissimo degni, non andremo a ricevere un dono, l’Eucarestia, ma il giusto salario meritato dal compimento delle nostre opere buone.

Ci sarà sempre nella Chiesa, gente come i farisei che guarda più al suo essere giusti e meno a colui che ci fa giusti e dirà: “Perché il Maestro mangia assieme ai pubblicani e ai peccatori?”. (versetto 11). Chi ha una mentalità che pensa che tutto ci si deva meritare con le buone opere, non può capire Gesù, un rabbino e, per noi cristiani, il Dio fatto Uomo, si sieda a tavola con gente che tutti conoscono come peccatori, cioè in opposizione a Dio. Un maestro come Gesù che da’ cattivo esempio non può venire da Dio.

Al versetto 12, Matteo riporta la risposta di Gesù che resterà sempre valida anche per la Chiesa e che risponde alla domanda: come dobbiamo comportarci con i peccatori, come farli di nuovo tornare giusti e renderli capaci di compiere il bene? Gesù sa perfettamente che i suoi commensali sono dei peccatori, come lo sanno tutti. Cos’è più utile fare per loro: isolarli, starsene alla larga, oppure incontrarli, amarli, curarsi di loro?

Gesù dice di se stesso: io sono un medico e il medico accorre per i malati e non per i sani. Frase che Gesù ripeterà più sotto mettendo al posto di “malati”, peccatori e al posto di “sani”, giusti. Tra queste due frasi, il solo Matteo riporta la citazione di Osea 6, 6 : “Misericordia voglio, dice il Signore e non sacrifici”. Nel caso del paralitico, nel racconto precedente, gli scribi si meravigliarono che Gesù rimettesse i peccati in nome di Dio, senza chiedere come contropartita l’espiazione. Qui, Gesù domanda rivolgendosi ai farisei: l’esperienza cosa vi dice, anche leggendo i libri dei profeti: si ottiene forse che l’uomo diventi giusto imponendogli un sacrificio o non piuttosto dimostrando a lui amore, comprensione e tenerezza?

Gesù conclude: io propendo per quest’ultima soluzione. Solo l’amore, la misericordia di Dio fanno tornare giusto l’uomo peccatore. Noi tutti che siamo peccatori, sentiamo che possiamo rialzarci, perché proviamo l’amore di Dio. Non i sacrifici e le espiazioni, ma la scoperta che Dio ci ama e ci usa misericordia, ci reca la guarigione, da’ nuovo senso alla nostra esistenza.

In tal caso si scopre che il male, il peccato non è la sconfitta del bene, ma luogo di un bene maggiore. Finisce la religiosità che si esprime in un sacrificio o nell’espiazione dell’uomo verso Dio e inizia la conversione, l’amore come risposta all’amore di Dio.

Matteo, siccome sta parlando della sua conversione, sembra dire: io non fui chiamato a seguire Gesù perché ero già convertito, buono e onesto; ma sono diventato buono ed onesto e convertito quando Gesù si è chinato su di me e mi ha amato, mi ha rivolto la sua attenzione chiamandomi a seguirlo.

Gesù è il nostro medico: egli sta accanto a noi peccatori; la sua vicinanza è la nostra medicina.


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