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| parrocchia - corso bibbia | ||||||||
| Sabato 13 Dicembre 2008 01:45 | ||||||||
CORSO BIBLICO 2007/0822a Lezione, Martedì 06 Maggio 2008 Miracoli in Matteo 8,
1-17
Il discorso della
montagna e questa raccolta di miracoli formano un dittico, che
rappresenta l’inaugurazione del regno di Dio nel mondo. Sulla
scena domina sempre la persona di Gesù, che Mt tratteggia in
modo solenne e ieratico. L’evangelista sfronda i racconti da
elementi superflui, per concentrare l’attenzione del lettore
sulla loro valenza salvifica. Gesù è presentato nel suo
ruolo di Salvatore che prende su di sé le nostre
infermità (8,17); egli è lo sposo, la cui presenza
contrassegna il tempo della gioia (9,15), è il pastore che
sente compassione per le folle, abbandonate dai loro capi (9.36).
La notazione in Mt
4,23, che ricapitola il ministero iniziale di Gesù, è
ripresa in 9,35, formando un’inclusione. Pertanto, la sezione
didattica (discorso della montagna, cc. 5-7) e quella narrativa
(raccolta dei miracoli, cc. 8-9) costituiscono una composizione
unitaria, incentrata sull ‘ avvento del regno di
Dio. Nella presente sezione
si hanno tre raggruppamenti di miracoli, intercalati da due
intermezzi, relativi al discepolato (8,18-22; 9,9-17), che
preparano il secondo discorso di Gesù (c. 10), concernente la
prima esperienza missionaria dei Dodici. Il primo gruppo di
miracoli (8,1-17) si riferisce alla guarigione di malattie tipiche
(lebbra, paralisi, febbre) in favore di tre persone povere ed
emarginate nella società ebraica di allora: un lebbroso, un
servo, una donna. Il primo intermezzo riguarda la sequela di
Gesù (8,18-22). Il secondo gruppo di miracoli (8,23-9,8) mette
in risalto la forza soprannaturale di Gesù sulla natura, sui
demoni, sul peccato. Il secondo intermezzo (9,9-17) contiene la
chiamata di Matteo e la controversia sul digiuno. Il terzo gruppo
di miracoli (9,18-34) ne riporta quattro, per illustrare la potenza
di Gesù sulla vita e sulla morte. L’origine di
questa composizione risale a Mt, che elabora in modo sistematico un
materiale tradizionale. Ne risulta un’unità letteraria
armoniosa, una catechesi narrativa per ravvivare la fede dei
cristiani. L’evangelista da 4,23 fino a 13,52, dove presenta
la prima fase del ministero di Gesù, modifica notevolmente
l’ordine di Mc; dopo lo segue sino alla
fine. Guarigione di un
lebbroso (8,1 -4) Gesù era salito
sul monte (5,1) per proclamare il Vangelo del regno. Poi scese dal
monte per incontrarsi con le folle, per guarire i malati e
convertire i peccatori. Dapprima manifestò la sua
autorevolezza divina con la parola, ora la conferma con
l’azione. La guarigione di un lebbroso al suo tempo era
equiparata a una risurrezione, che solo Dio poteva operare;
pertanto, costituiva un evidente segno messianico, che manifestava
l’irruzione del regno nel mondo. La persona colpita
dalla lebbra, ritenuta punita da Dìo per colpe gravi, veniva
segregata per il pericolo di contagio, ma anche per la sua
situazione d’impurità sul piano religioso. Gesù
toccò il lebbroso, benché fosse proibito il contatto con
queste persone “immonde”, e lo risanò
sull’istante con la potenza della sua parola. In
conformità alla Legge mosaica, lo mandò dal sacerdote per
la verifica dell’avvenuta guarigione. La libertà con cui
agiva, oltre che il suo potere soprannaturale, indicava la sua
indipendenza dalle istituzioni giudaiche. Il confronto con Me
evidenzia restrema concisione del racconto in Mt;
l’evangelista intende dare risalto all’efficacia della
parola autorevole e alla dignità trascendente del
Guaritore. [vv. 2-3] Il lebbroso
si avvicinò e si prostrò dinanzi a Gesù,
supplicandolo con il titolo di “Signore”. Tale
atteggiamento risulta esemplare per ogni credente, che può
rivolgersi a Cristo risorto e invocarlo con fede per essere
purificato dai peccati. Gesù non esitò a toccare un
“immondo”: per lui il lebbroso non rappresentava un
peccatore da evitare, bensì una persona bisognosa di soccorso.
Il suo gesto preludeva all’efficacia dei sacramenti, che
scaturisce dalla corporeità glorificata del Cristo, nella
quale è inserito ogni battezzato.[v. 4] Gesù comandò
il silenzio al guarito. Durante il suo ministero, cercò
d’impedire un entusiasmo popolare, fondato sulla concezione
di un messia politico e trionfalistico, che non corrispondeva al
significato della sua missione eminentemente spirituale e che
rischiava di compromettere la sua attività fin
dall’inizio. Ordinò al lebbroso risanato di recarsi dal
sacerdote, in ottemperanza alla Legge mosaica. Egli non era venuto
per sovvertire le istituzioni: i sacerdoti avevano il
diritto-dovere di verificare la guarigione del lebbroso per la sua
riammissione in società; ma Gesù offriva loro
l’opportunità di rendersi conto che con la sua missione
si stava attuando l’avvento del regno di
Dio. Guarigione del servo
del centurione (8,5-13) Con il secondo
miracolo, operato a distanza in favore di un pagano. Gesù
manifestava l’efficacia della sua parola e preludeva alla
universalità della salvezza, che non dipende
dall’appartenenza a una razza, ma dall’accoglienza del
Vangelo. Mt ha prospettato fin dall’inizio la dimensione
universale del disegno di Dio, descrivendo la venuta dei magi quale
prefigurazione della conversione delle genti. Gesù risorto
affidò agli apostoli il mandato di “fare discepole tutte
le nazioni” (28,19). Mt inserisce qui il lógion (vv.
11-12) concernente la chiamata dei pagani alla fede; Lc lo riporta
nel contesto del viaggio di Gesù verso Gerusalemme
(13,28-29). L’episodio,
affine a quello della guarigione della figlia della donna cananea
(Mt 15,21-28), assume un valore emblematico. Entrambi i miracoli
sono operati a distanza in favore di pagani. Il centurione appare
pertanto il prototipo dei gentili convertiti alla fede
messianica. Lc sottolinea le
benemerenze e l’umiltà del centurione Mt ne mette in
risalto la grande fede; però elimina alcuni dettagli
secondari, per concentrare l’attenzione sui due protagonisti,
Gesù e il centurione, e sulla profezia della conversione dei
pagani. Sembra che Mt riproduca più fedelmente la fonte
originaria vv. 5-6 II centurione
era un comandante di cento soldati, forse assoldato da Erode
Antipa, oppure preposto a una guarnigione romana, stanziata presso
l’importante ufficio doganale di Cafarnao. Isaia aveva
vaticinato il pellegrinaggio dei popoli verso Gerusalemme (2,2-5);
in realtà, furono gli evangelizzatori che andarono verso le
genti per annunziare la Buona Notizia vv. 7-8 Gesù si
mosse per recarsi in casa di un pagano, senza curarsi delle severe
disposizioni giudaiche riguardanti la segregazione (cf. At 11,3).
Il centurione, comunque, da persona pia non intendeva obbligare il
Taumaturgo ebreo a trasgredire le sue leggi; inoltre si riteneva
indegno della visita di colui che aveva riconosciuto come inviato
di Dio. Con le sue parole manifesta una fede autentica nel potere
soprannaturale di Gesù contro le potenze demoniache, alle
quali veniva attribuita la causa delle malattie. Riconobbe che
Gesù aveva il potere di comandare ai demoni con autorevolezza,
come lui faceva con i soldati ai suoi ordini, e aveva la
potestà di guarire a distanza, senza il contatto fisico con il
malato. La gente credeva che dai guaritori emanasse una sorta di
fluido, che procurava la guarigione. vv. 10-12 Gesù
restò ammirato per tanta fede, che non aveva riscontrato
presso nessuno in Israele. L’atteggiamento del centurione
assumeva una valenza profetica: mentre numerosi pagani avrebbero
fatto parte della comunità messianica, i figli del regno,
cioè la maggioranza dei giudei, destinatari delle promesse
divine, ne sarebbero stati esclusi per la loro
incredulità. Mt inserisce a questo
punto il detto sulla chiamata universale alla salvezza; Lc lo
colloca nel contesto escatologico della porta stretta, che conduce
in cielo (13,22-30). L’immagine del banchetto escatologico,
per descrivere la partecipazione alla gioia del regno di Dio,
è derivata da Isaia (25,6ss.) e da altri testi. Le tenebre si
contrappongono alla fulgida luce che risplende nel banchetto
celeste, e nel linguaggio apocalittico indicano la perdizione
eterna. Il pianto e lo stridore dei denti esprimono la disperazione
dei dannati per l’esclusione dal regno di Dio.
L’evangelista intende rivolgere un monito severo anche ai
cristiani. L’appartenenza alla Chiesa non garantisce la
salvezza; è necessario conservare la propria adesione di fede
a Cristo, ravvivandola con la fedeltà al Vangelo e
l‘impegno attivo. Guarigione della
suocera di Pietro (8,14-15) II terzo miracolo
riguarda una donna, appartenente ad un’altra categoria di
persone socialmente discriminate ed emarginate. Gesù si prende
cura specialmente di loro. L’estrema concisione del racconto
in Mt ne accentua la valenza cristologica. Infatti, scompaiono
dalla scena i quattro discepoli, che secondo Mc parlarono a
Gesù della malata. Tutta la descrizione si concentra
sull’azione del Taumaturgo. vv. 14-15 II tocco quasi
sacramentale del Salvatore procurò la guarigione immediata
alla donna, che giaceva sul letto. Il prodigio, compiuto in casa di
Pietro, acquista un significato ecclesiologico pregnante, quale
preludio della forza salvatrice del Signore risorto (Kyrios) in
favore “della comunità cristiana. L’iniziativa di
recarsi nella casa di Pietro venne presa da Gesù: solo lui
campeggia sulla scena. La potenza divina entrava in contatto con
l’infermità umana nella casa del futuro capo della
Chiesa, probabilmente scelta da Gesù come sua dimora a
Cafarnao. Al tocco del Taumaturgo, la febbre lasciò la donna,
che si mise subito a “servirlo”. L’episodio
sembra simboleggiare l’umanità decaduta, che redenta dal
Cristo si pone al suo servizio. vv. 16-17 Altre guarigioni a
Cafarnao - Mt conclude il primo trittico di miracoli con un
sommario, che mette in risalto l’attività esorcistica e
guaritrice di Gesù (cf. 4,23-24), sottolineando ancora (cf. v.
8) la forza irresistibile della sua parola con la quale scacciava
gli spiriti immondi e curava i malati. Con la “citazione di
compimento”, Mt interpreta l’attività risanatrice
di Gesù alla luce del quarto canto del Servo di JHWH (Is
52,13-53,12), introducendo il tema del messianismo sofferente. In
Gesù, si manifestava il mistero di sofferenza e di
esaltazione, previsto dalle Scritture: egli doveva farsi carico
delle infermità dell’umanità peccatrice, per
manifestare nel mondo l’amore sconfinato del Padre. In Isaia
si legge che il Servo “prende” su di sé e porta le
nostre malattie, come vittima di espiazione. Nel contesto di Mt,
invece. Gesù appare come taumaturgo che si prende cura degli
infermi con dedizione totale e che toglie le malattie in modo
miracoloso. L’evangelista intende riferirsi pure alla sua
morte per la salvezza del mondo; le guarigioni ne costituivano un
preludio significativo. Più avanti Mt (11,28-30) applica a
Gesù il primo canto del Servo (Is
42,1-9).
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