21a lezione

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parrocchia - corso bibbia
Sabato 13 Dicembre 2008 01:45

CORSO BIBLICO 2007/08



21a Lezione, Martedì 29 Aprile 2008


“Non giudicate” (Mt 7,1 5)

Gesù conclude il corpo del discorso (5,17-7,12) con tré raccomandazioni: esorta i discepoli a non giudicare (vv. 1-5), al discernimento (v.6), alla preghiera perseverante (vv.7-11). Segue la regola d’oro (v. 12), come sintesi del suo insegna¬mento. Praticamente ripropone i due temi fondamentali, attorno ai quali ruota tutto il discorso della montagna: l’amore del prossimo, la fiducia nella bontà del Padre celeste. Il primo brano (vv. 1-5) consta di due articolazioni: ingiunzione a non giudicare (vv. 1-2); similitudine della pagliuzza e della trave (vv. 3-5). Nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare-condannare) il prossimo. Davanti a Dio tutti hanno bisogno di misericordia. Chi giudica con severità il fratello, sarà giudicato con altrettanta severità quando comparirà dinanzi al tribunale di Dio, secondo la legge del contrappasso (v. 2). È evidente il nesso con la quinta domanda del Padrenostro.

La similitudine della pagliuzza e della trave (vv. 3-5) si oppone alla pretesa di rimproverare gli altri per i loro difetti. La consapevolezza della propria imperfezione e fragilità non consente d’essere severi e intransigenti con i fratelli. Bi¬sogna rendersi conto che tutti abbiamo bisogno della grazia di Dio per non staccarci dal suo amore. Come appare dalla parola-chiave “fratello” (vv. 3.4.5), questo brano concerne i rapporti interpersonali all’interno della comunità cristiana.

 

Non profanare le cose sacre (7,6)

II discepolo viene esortato a non esporre alla derisione e al¬la profanazione le cose “sante”. Mt si riferisce ai misteri del regno e alla dottrina evangelica. Pur conservando un atteggiamento di tolleranza verso tutti, il credente si avvarrà del discernimento ispirato alla sapienza cristiana, per non offrire i tesori del Vangelo a persone impreparate. Sarebbe lo stesso che darli ai cani o ai porci. I cani nel linguaggio rabbinico designavano i peccatori, i pagani. È pericoloso dare perle preziose ai porci: le calpesterebbero, inferocendosi contro l’offerente. L’esperienza missionaria della Chiesa al tempo dell’evangelista aveva fatto comprendere che il Vangelo non andava annunziato a persone non ben disposte, perché lo avrebbero rifiutato con disprezzo.

 

 La preghiera perseverante (7,7-11)

Per ottenere quanto si chiede ai Padre, è necessario insistere, perseverare nella preghiera.

vv. 7-8 Si noti la forza dei tré imperativi: “Chiedete”, “cercate” e “bussate” (v. 7); alla domanda dei discepoli corrisponde una triplice azione di Dio, che dona, fa trovare e apre l’accesso ai tesori del regno. Mentre in precedenza prevalevano gli imperativi proibitivi, “Non accumulatevi tesori”. “Non affannatevi”, “Non giudicate”, “Non date”, d’ora innanzi ricorrono prescrizioni in foma positiva. La triplice motivazione addotta nel v. 8 esprime la certezza dell’esaudimento. La preghiera insistente comandata da Gesù non ha scopo di “piegare” la volontà di Dio, ma di rafforzare la fede dell’orante nel Vangelo, incentrato sull’amore sconfinato del Padre.

vv. 9-11 II pane e il pesce costituivano gli alimenti base della dieta quotidiana dei galilei, dimoranti presso il lago di Genesaret. Ora, se un figlio domanda al padre del pane e del pesce, questi non gli darà certo una pietra o un serpente. L’analogia presuppone che si tratti d’un sasso bianco e tondeggiante, simile al pane, e di una serpe che ha la forma di pesce, come 1” anguilla. Si osservi la diversa redazione del detto in Lc: al binomio “pesce-serpe” (posposto in Mt), segue l’altro, “uovo - scorpione” (in Mt si ha “pane-pietra”). Gli esseri umani sono qualificati in linea di massima come “malvagi” in contrapposizione a Dio, il quale soltanto è “il Buono” (19,17). I doni buoni offerti dal Padre celeste sono i be¬ni messianici. Luca parla dello “Spirito Santo” ( 11,13), il dono per eccellenza che Dio elargisce ai figli del regno.

 

La regola d’oro (7,12)

Gesù riassume il suo insegnamento con questa massima, considerata la “regola d’oro”, che era nota anche nell’ambiente biblico ed extrabiblico, ma generalmente in for¬ma negativa (“Non fare agli altri...”). Nella prospettiva di Mt la sentenza rappresenta il compendio dell’etica cristiana in quanto è strettamente connessa con il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Forse l’evangelista ha inteso unificare le varie prescrizioni del discorso della montagna, per sottolineare la necessità dell’impegno operoso e creativo, quale esige un amore sincero e concreto verso il prossimo. La regola d’oro, in sostanza, corri¬sponde al comandamento nuovo, dato da Gesù ai discepoli durante l’ultima cena; “Amatevi gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).

Gesù enuncia la regola d’oro in forma positiva. Egli non si limita a proibire il male verso il prossimo, ma sottolinea l’obbligo di soccorrerlo nella sue necessità. Il cristiano non può accontentarsi di un atteggiamento passivo; il vero amore esige im¬pegno, generosità fino al sacrifìcio della vita, a imitazione del Maestro. Per cogliere la novità implicita nel detto di Gesù, bisogna rapportarlo al precetto fondamentale dell’amore verso Dio e verso il prossimo. La regola d’oro in tale senso ricapi¬tola l’essenza dell’etica evangelica, assumendo un significato profondamente cristologico, in quanto Gesù rappresenta il rivelatore totale e definitivo della volontà salvifica di Dio.

 

Etica evangelica (7,13-27)

È la parte conclusiva del discorso della montagna, che pone l’accento sulla prassi, sulla dimensione concreta e operativa nella condotta del cristiano.

La sezione consta di quattro pericopi: 1) vv.13-14, la porta stretta e la via angusta; 2) vv. 15-20, guardarsi dai falsi profeti; 3) vv. 21-23, i veri discepoli; 4) vv. 24-27, similitudine delle due case. Quasi tutto questo materiale si trova anche nel discorso della pianura di Lc.

 

La porta stretta e la via angusta (7,13-14)

All’immagine delle due porte, una stretta e l’altra larga, Mt sovrappone quella delle due vie. Più nota nelle Scritture (Ger 21,8; Sai 119,29-30: Pro 12,28). È classico il brano del Deuteronomio (30,15-20), concernente la via che conduce al bene e alla vita, e la via che porta al male e alla morte.

L’immagine evangelica delle due porte, una stretta e l’altra larga, probabilmente è quella originaria, come emerge dal passo parallelo di Lc, che parla solo della porta stretta (13,23-24). La comunità di Mt viveva in una situazione difficile, di persecuzioni dall’esterno e di tiepidezza all’interno. L’evangelista, animato da zelo pastorale, cerca di ravvivare la fede dei credenti e di spronarli a una condotta di vita più coeren¬te con le istanze del Vangelo. L’insegnamento di Gesù esige coraggio e impegno: per salvarsi è necessario seguire il Maestro sulla via che porta al Calvario. Ora, sono pochi quelli che entrano per la porta stretta e che si sforzano di imboccare la via angusta che conduce alla vita.

 

Guardarsi dai falsi profeti (7,15-20)

Nella Chiesa si erano infiltrati falsi profeti, che cercavano di sviare i credenti. Essi si presentavano subdolamente in vesti da pecore, mentre erano lupi rapaci. Sembra che l’evangelista si riferisca ai falsi predicatori itineranti del suo tempo, i quali si fìngevano discepoli di Gesù, ma proponevano insegnamenti difformi dallo spirito del Vangelo, distogliendo i fedeli dalla via stretta indicata dal Maestro. Quale criterio per riconoscerli e smascherarli? Bisognava osservare la loro condotta e coerenza di vita. Come dall’albero guasto non si raccolgono frutti buoni, così le opere malvage dei falsi profeti manifestavano la perversità del loro cuore. I frutti buoni tipici in Palestina al tempo di Gesù erano uve squisite e fichi succulenti, che non si raccoglievano di certo dai cespugli spinosi e dai cardi selvatici che infestavano i campi. Nel presente contesto il paragone dell’albero si riferisce probabilmente a predicatori giudeocristiani, che turbavano la comunità con i loro discorsi apocalittici farneticanti. Questo brano si riscontra reduplicato in Mt, ma con notevoli modifiche, in un altro contesto (12,33-35 // Lc 6,43-45), cioè (durante il dibattito di Gesù con gli scribi, che lo accusavano di scacciare i demoni per mezzo di Beelzebul; all’immagine del1’albero è associata quella del “tesoro”. Si trattava di uomini malvagi, che con le loro calunnie manifestavano la malvagità del loro cuore, il centro della personalità, paragonato ad uno scrigno (tesoro). Nel contesto di Lc il detto ha una valenza generale.

 

 

 


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