20a lezione

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parrocchia - corso bibbia
Sabato 13 Dicembre 2008 01:45

CORSO BIBLICO 2007/08



20a Lezione, Martedì 22 Aprile 2008


Inno alla divina Provvidenza  Vangelo secondo Matteo 6,25-34

25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

Questo discorso di Gesù ci indica la via per raggiungere la nostra libertà, non facile, ma bello: infatti ci insegna a vivere senza affannarci troppo. La vita dell’uomo sulla terra non è molto tranquilla: l’uomo ha bisogno di tante cose: di mangiare, di bere, di vestirsi, poi di salute, di amicizia, e così via; e poiché ne ha bisogno sempre, può accadere che la vita diventi una serie di affanni e di ansie per raggiungere tutte queste cose; si può perdere la tranquillità sia se abbiamo i soldi, per es., sia se non li abbiamo; senza contare che i soldi non comprano tutto, non evitano malattie o disgrazie. Se l’uomo si pone di fronte alla vita con ansia, la vita diventa veramente un affanno. Il Vangelo però dice: se la vita è soltanto: io e le cose, è molto facile che io sia affannato. Invece la vita è: io, Dio e le cose: Dio, nei confronti delle cose, è padrone, e, nei miei confronti, è Padre, che mi ama, che si prende cura della mia vita, che ha nelle sue mani il mondo e la storia. E poiché Dio è così, io posso vivere in mezzo alle cose senza agitarmi, perché so che Dio si prenderà cura della mia vita. Questa composizione è strettamente connessa con i tre brani precedenti, concernenti il distacco dai beni terreni. Gesù esorta il discepolo, che ha consacrato la propria esistenza al servizio di Dio, a non farsi distogliere dalla ricerca del regno a causa dell’assillo per le cose materiali. Avendo rinunciato ai beni terreni, invece di lasciarsi sopraffare dall’ansia e dall’affanno per la mancanza di sicurezze mondane, deve riporre la propria fiducia nel soccorso del Padre celeste per i suoi bisogni vitali.

Questo inno stupendo ha suggestionato tanti lettori del Vangelo, ma spesso è stato oggetto di aspre critiche, perché sembra favorire l’inerzia e il disimpegno. Va tenuto conto dell’uditorio di Gesù, costituito da umili galilei, che vive¬vano allora un periodo abbastanza tranquillo sotto la dominazione romana. Egli, comunque, con il suo insegnamento non intendeva certo assecondare la pigrizia ed escludere l’impegno attivo per eliminare le ingiustizie e sperequazioni sociali, bensì l’affanno e la preoccupazione eccessiva per le cose materiali, che impediscono la ricerca del regno di Dio. La struttura del brano è scandita da tre “Non affannatevi” (vv. 25.31.34). Con la prima esortazione Gesù enuncia il tema (v. 25), che poi sviluppa con le similitudini degli uccelli, sfamati dal Padre celeste, in riferimento al cibo (vv. 26-27), dei gigli del campo, in riferimento al vestito (vv. 28-30). La seconda esortazione è incentrata sul tema del regno (vv. 31-33). L’inno è concluso con una norma sapienziaie pratica (v. 34). v. 25 I bisogni vitali dell’uomo sono il cibo per conservare la vita e il vestito per coprire il corpo. I discepoli, che avevano rinunciato a tutto per mettersi al servizio di Gesù non dovevano affannarsi per procurarseli. La vita è un dono più prezioso del cibo, il corpo un bene più importante del vestito. Colui che ha donato la vita e il corpo, procurerà ai suoi figli anche il cibo e i vestito, cose necessarie per resistenza. Con queste parole, come appare dal contesto di Lc (12,22-32), Gesù si rivolge innanzitutto alla cerchia dei discepoli, i quali avevano lasciato tutto per mettersi alla sua sequela; dopo la sua risurrezione diede loro il mandato di diffondere il Vangelo, ma senza portare con sé mezzi di sussistenza. Mt estende l’esortazione di Gesù a tutti i credenti, inculcando piena fiducia nella divina Provvidenza. vv. 26-27 La prima similitudine riguarda la provvista dei cibo. Gli uccelli non lavorano e non ammassano il cibo nei granai, eppure il Padre celeste li nutre. Quanto più egli provvedere il nutrimento ai discepoli di Gesù! La vita, paragonata a un cammino prestabilito da Dio, è nelle sue mani e nessuno può prolungarla nemmeno di un “cubito” (mezzo metro ca.). È lui che fìssa per ciascuno un termine improrogabile. Tutto questo non significa però che non mi devo impegnare a lavorare, a preparare il futuro, ecc. Quando Gesù ci dà l’esempio degli uccelli del cielo e dei gigli del campo, non vuol dire che dobbiamo fare come gli uccelli – siccome non hanno i granai, noi non dobbiamo avere i frigoriferi! – o come i gigli – poiché non lavorano, noi non dobbiamo lavorare! – Il ragionamento di Gesù è molto più semplice: se Dio si prende cura degli uccelli del cielo e dei gigli del campo, volete che non si prenda cura di voi? voi valete più dei gigli. C’è, in ogni caso, una ricchezza nella vostra vita, anche se siete limitati e poveri, e talvolta anche stupidi! Agli uccelli, Dio ha dato le ali, ma a voi, il Signore ha dato l’intelligenza per affrontare il futuro, ha dato le mani per lavorare: il Signore vi ha equipaggiati per la vita e voi userete le doti e le capacità che avete ricevuto per impegnarvi, lavorare e avere il necessario. vv. 28-30 La similitudine dei gigli del campo riguarda il vestito. Mentre la semina e la mietitura nella similitudine precedente (v. 26) avevano un rapporto con il lavoro maschile, qui l’espressione “non faticano ne filano” allude alla prestazione normale della donna. È incerta l’identificazione dei gigli del campo; forse si allude ai fiori campestri a forma di calice. vv. 31-33 Viene qui ripresa l’esortazione iniziale a non affannarsi per il cibo e per il vestito. I pagani, che non hanno fede e non riconoscono Dio come padre premuroso, sono ossessionati da preoccupazioni materiali. I discepoli, al contrario, devono affidarsi alla sua bontà, cercando “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (v. 33). L’avverbio “prima” implica, sia pure in modo secondario e subordinato, l’operosità per procurarsi le cose materiali necessarie per la vita. La ricerca del regno costituisce il punto focale di questo passo. Il credente di Gesù ha riposto nel possesso del regno il suo tesoro. Perciò deve far convergere verso di esso tutto il suo interesse, compiendo la “giustizia” (= la volontà) di Dio, rimettendosi alla sua benevolenza. All’assillo dei pagani per il benessere e la sicurezza materiale, Gesù contrappone la ricerca sapienziale del regno. Ma fate tutto questo senza paura, con la fiducia che, mettendoci il vostro impegno, non verrà meno da parte del Signore, una risposta, per cui «cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Mettete la volontà di Dio sopra ogni altra cosa, non lasciate che l’affanno per le cose vi faccia diventare disonesti; non permettete che il bisogno di amicizia vi faccia rovinare i rapporti con le persone: dovete rimanere liberi, interiormente, di fronte alla vita, alle cose, alle persone, alle situazioni, in modo che tutto quello che voi vivete, sia vissuto anzitutto per la gloria di Dio e sia il riconoscimento che Dio è grande, santo, giusto. v. 34 Con questa massima, nota anche nella letteratura ex¬trabiblica, Gesù ribadisce l’esortazione alla fiducia nella Provvidenza per le necessità materiali. Bando quindi all’ansia per il domani, perché ad ogni giorno basta il suo affanno. Gesù dunque non ci invita ad essere sprovveduti, a non pensare o riflettere, a non programmare il futuro: è invece un invito a vivere sapendo che la nostra vita è accompagnata dalla provvidenza di Dio; e se la provvidenza è intesa in modo giusto, noi lavoriamo e siamo sicuri che il Signore non ci farà mancare il necessario per fare la sua volontà e per realizzare il suo progetto nella nostra vita. Il cap. 6 si conclude con quel piccolo precetto della sapienza universale: «non affannatevi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini: a ciascun giorno basta la sua pena»; esprime la capacità di vivere intensamente il giorno di oggi, senza anticipare le paure per i giorni che seguiranno; occorre cercare di vivere bene il presente, perché il futuro non è nelle nostre mani, né possiamo cambiarlo nelle sue dimensioni fondamentali. Quindi, lavoreremo per l’oggi, senza lasciarci angosciare: il Signore ci dà la forza di portare solo la croce di oggi; se ci mettiamo addosso la croce di domani, ne rimaniamo schiacciati: ogni giorno ha la sua piccola o grande pena.


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