|
CORSO BIBLICO 2007/08
20a Lezione, Martedì 22 Aprile
2008
Inno alla divina Provvidenza Vangelo secondo
Matteo 6,25-34
25 Perciò vi dico:
per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o
berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete;
la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del
vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né
mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro
celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi
di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora
sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito?
Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non
filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua
gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così
l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà
gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di
poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo?
Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si
preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne
avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,
e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi
dunque per il domani, perché il domani avrà già le
sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.
Questo discorso di
Gesù ci indica la via per raggiungere la nostra libertà,
non facile, ma bello: infatti ci insegna a vivere senza affannarci
troppo. La vita dell’uomo sulla terra non è molto
tranquilla: l’uomo ha bisogno di tante cose: di mangiare, di
bere, di vestirsi, poi di salute, di amicizia, e così via; e
poiché ne ha bisogno sempre, può accadere che la vita
diventi una serie di affanni e di ansie per raggiungere tutte
queste cose; si può perdere la tranquillità sia se
abbiamo i soldi, per es., sia se non li abbiamo; senza contare che
i soldi non comprano tutto, non evitano malattie o disgrazie. Se
l’uomo si pone di fronte alla vita con ansia, la vita diventa
veramente un affanno. Il Vangelo però dice: se la vita è
soltanto: io e le cose, è molto facile che io sia affannato.
Invece la vita è: io, Dio e le cose: Dio, nei confronti delle
cose, è padrone, e, nei miei confronti, è Padre, che mi
ama, che si prende cura della mia vita, che ha nelle sue mani il
mondo e la storia. E poiché Dio è così, io posso
vivere in mezzo alle cose senza agitarmi, perché so che Dio si
prenderà cura della mia vita. Questa composizione è
strettamente connessa con i tre brani precedenti, concernenti il
distacco dai beni terreni. Gesù esorta il discepolo, che ha
consacrato la propria esistenza al servizio di Dio, a non farsi
distogliere dalla ricerca del regno a causa dell’assillo per
le cose materiali. Avendo rinunciato ai beni terreni, invece di
lasciarsi sopraffare dall’ansia e dall’affanno per la
mancanza di sicurezze mondane, deve riporre la propria fiducia nel
soccorso del Padre celeste per i suoi bisogni
vitali.
Questo inno stupendo ha
suggestionato tanti lettori del Vangelo, ma spesso è stato
oggetto di aspre critiche, perché sembra favorire
l’inerzia e il disimpegno. Va tenuto conto
dell’uditorio di Gesù, costituito da umili galilei, che
vive¬vano allora un periodo abbastanza tranquillo sotto la
dominazione romana. Egli, comunque, con il suo insegnamento non
intendeva certo assecondare la pigrizia ed escludere
l’impegno attivo per eliminare le ingiustizie e sperequazioni
sociali, bensì l’affanno e la preoccupazione eccessiva
per le cose materiali, che impediscono la ricerca del regno di Dio.
La struttura del brano è scandita da tre “Non
affannatevi” (vv. 25.31.34). Con la prima esortazione
Gesù enuncia il tema (v. 25), che poi sviluppa con le
similitudini degli uccelli, sfamati dal Padre celeste, in
riferimento al cibo (vv. 26-27), dei gigli del campo, in
riferimento al vestito (vv. 28-30). La seconda esortazione è
incentrata sul tema del regno (vv. 31-33). L’inno è
concluso con una norma sapienziaie pratica (v. 34). v. 25 I bisogni
vitali dell’uomo sono il cibo per conservare la vita e il
vestito per coprire il corpo. I discepoli, che avevano rinunciato a
tutto per mettersi al servizio di Gesù non dovevano affannarsi
per procurarseli. La vita è un dono più prezioso del
cibo, il corpo un bene più importante del vestito. Colui che
ha donato la vita e il corpo, procurerà ai suoi figli anche il
cibo e i vestito, cose necessarie per resistenza. Con queste
parole, come appare dal contesto di Lc (12,22-32), Gesù si
rivolge innanzitutto alla cerchia dei discepoli, i quali avevano
lasciato tutto per mettersi alla sua sequela; dopo la sua
risurrezione diede loro il mandato di diffondere il Vangelo, ma
senza portare con sé mezzi di sussistenza. Mt estende
l’esortazione di Gesù a tutti i credenti, inculcando
piena fiducia nella divina Provvidenza. vv. 26-27 La prima
similitudine riguarda la provvista dei cibo. Gli uccelli non
lavorano e non ammassano il cibo nei granai, eppure il Padre
celeste li nutre. Quanto più egli provvedere il nutrimento ai
discepoli di Gesù! La vita, paragonata a un cammino
prestabilito da Dio, è nelle sue mani e nessuno può
prolungarla nemmeno di un “cubito” (mezzo metro ca.).
È lui che fìssa per ciascuno un termine improrogabile.
Tutto questo non significa però che non mi devo impegnare a
lavorare, a preparare il futuro, ecc. Quando Gesù ci dà
l’esempio degli uccelli del cielo e dei gigli del campo, non
vuol dire che dobbiamo fare come gli uccelli – siccome non
hanno i granai, noi non dobbiamo avere i frigoriferi! – o
come i gigli – poiché non lavorano, noi non dobbiamo
lavorare! – Il ragionamento di Gesù è molto
più semplice: se Dio si prende cura degli uccelli del cielo e
dei gigli del campo, volete che non si prenda cura di voi? voi
valete più dei gigli. C’è, in ogni caso, una
ricchezza nella vostra vita, anche se siete limitati e poveri, e
talvolta anche stupidi! Agli uccelli, Dio ha dato le ali, ma a voi,
il Signore ha dato l’intelligenza per affrontare il futuro,
ha dato le mani per lavorare: il Signore vi ha equipaggiati per la
vita e voi userete le doti e le capacità che avete ricevuto
per impegnarvi, lavorare e avere il necessario. vv. 28-30 La
similitudine dei gigli del campo riguarda il vestito. Mentre la
semina e la mietitura nella similitudine precedente (v. 26) avevano
un rapporto con il lavoro maschile, qui l’espressione
“non faticano ne filano” allude alla prestazione
normale della donna. È incerta l’identificazione dei
gigli del campo; forse si allude ai fiori campestri a forma di
calice. vv. 31-33 Viene qui ripresa l’esortazione iniziale a
non affannarsi per il cibo e per il vestito. I pagani, che non
hanno fede e non riconoscono Dio come padre premuroso, sono
ossessionati da preoccupazioni materiali. I discepoli, al
contrario, devono affidarsi alla sua bontà, cercando
“prima il regno di Dio e la sua giustizia” (v. 33).
L’avverbio “prima” implica, sia pure in modo
secondario e subordinato, l’operosità per procurarsi le
cose materiali necessarie per la vita. La ricerca del regno
costituisce il punto focale di questo passo. Il credente di
Gesù ha riposto nel possesso del regno il suo tesoro.
Perciò deve far convergere verso di esso tutto il suo
interesse, compiendo la “giustizia” (= la volontà)
di Dio, rimettendosi alla sua benevolenza. All’assillo dei
pagani per il benessere e la sicurezza materiale, Gesù
contrappone la ricerca sapienziale del regno. Ma fate tutto questo
senza paura, con la fiducia che, mettendoci il vostro impegno, non
verrà meno da parte del Signore, una risposta, per cui
«cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte
queste cose vi saranno date in aggiunta». Mettete la
volontà di Dio sopra ogni altra cosa, non lasciate che
l’affanno per le cose vi faccia diventare disonesti; non
permettete che il bisogno di amicizia vi faccia rovinare i rapporti
con le persone: dovete rimanere liberi, interiormente, di fronte
alla vita, alle cose, alle persone, alle situazioni, in modo che
tutto quello che voi vivete, sia vissuto anzitutto per la gloria di
Dio e sia il riconoscimento che Dio è grande, santo, giusto.
v. 34 Con questa massima, nota anche nella letteratura
ex¬trabiblica, Gesù ribadisce l’esortazione alla
fiducia nella Provvidenza per le necessità materiali. Bando
quindi all’ansia per il domani, perché ad ogni giorno
basta il suo affanno. Gesù dunque non ci invita ad essere
sprovveduti, a non pensare o riflettere, a non programmare il
futuro: è invece un invito a vivere sapendo che la nostra vita
è accompagnata dalla provvidenza di Dio; e se la provvidenza
è intesa in modo giusto, noi lavoriamo e siamo sicuri che il
Signore non ci farà mancare il necessario per fare la sua
volontà e per realizzare il suo progetto nella nostra vita. Il
cap. 6 si conclude con quel piccolo precetto della sapienza
universale: «non affannatevi per il domani, perché il
domani avrà già le sue inquietudini: a ciascun giorno
basta la sua pena»; esprime la capacità di vivere
intensamente il giorno di oggi, senza anticipare le paure per i
giorni che seguiranno; occorre cercare di vivere bene il presente,
perché il futuro non è nelle nostre mani, né
possiamo cambiarlo nelle sue dimensioni fondamentali. Quindi,
lavoreremo per l’oggi, senza lasciarci angosciare: il Signore
ci dà la forza di portare solo la croce di oggi; se ci
mettiamo addosso la croce di domani, ne rimaniamo schiacciati: ogni
giorno ha la sua piccola o grande pena.
>
CLICCA QUI PER TORNARE ALLA PAGINA PRINCIPALE <
|