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CORSO BIBLICO 2007/08
19a Lezione, Martedì 15 Aprile
2008
Commento al Padrenostro
Il Padrenostro (Mt
6,9-12)
II Padrenostro è la
preghiera più nota al cristiano, perché insegnata
da Gesù stesso e perché rappresenta la sintesi di
tutto il Vangelo (Tertulliano). La sua impronta è
chiaramente teocentrica; Dio è sovrano del mondo,
perciò le sue creature possono rivolgersi a lui con fiducia
filiale. Ciò che contraddistingue il Padrenostro dalle
preghiere dei giudei è il rapporto immediato d'intensa
familiarità che Gesù stabilisce tra l’orante
e il Padre celeste. La novità di questo atteggiamento
scaturisce dal nocciolo della sua predicazione, incentrata su
una nuova concezione della paternità di Dio, che è vicino
alle sue creature, che è premuroso e misericordioso,
nonostante la loro fragilità e
ingratitudine.
L'orazione proposta da
Gesù affonda le radici nella pietà giudaica, però se
ne differenzia per l'estrema concisione, per l’afflato
universale e per la tensione escatologica che la
caratterizza, determinata dall'imminenza del regno. Tale
concentrazione teologica conferisce al Padrenostro un'intonazione
completamente nuova, impregnata dello spirito del Vangelo. Come
appare dalle prime tre domandi, la sovranità di Dio in un
mondo rinnovato dallo statuto fondamentale dell’ amore
costituisce l'anelito ardente di Gesù, il nocciolo della
sua predicazione, incentrata sulla gloria del
Padre.
L’originalità del
Padrenostro non va però esagerata. Gesù si è
ispirato alle preghiere di supplica contenute nel’AT, e in
modo particolare a due formule classiche nel giudaismo, alla
preghiera delle "Diciotto benedizioni" e al Qaddìsh
(Santificato). Le convergenze più notevoli si
riscontrano nella sesta benedizione, nella quale Dio è
invocato con l'espressione "Padre nostro" (Abìnu) e gli
si chiede il perdono dei peccati. È più stretta
l'affìnità del Padrenostro con il Qaddìsh. Eccone
l’inizio: "Sia magnifìcato e santificato il suo nome
grande nel mondo che ha creato secondo la sua volontà;
che egli faccia regnare il suo regno e faccia germogliare la
sua redenzione, mandi il suo Messia... Il suo nome grande sia
benedetto, per sempre".
La
struttura del Padrenostro si articola
in due strofe: la prima (vv. 9-10) comprende l'invocazione
iniziale e le tre petizioni rivolte al Padre in terza persona
al singolare: gli si chiede di santificare il suo nome, di
attuare il regno e di fare la sua volontà. La seconda strofa
(vv. 11-13), che consta di quattro domande in seconda persona al
singolare, riguarda le nostre necessità temporali nel mondo
presente. Siccome la quarta petizione corrisponde alla terza
(l'una è in forma negativa, l’altra positiva), anche la
seconda strofa contiene praticamente tre richieste. Comunque, le
domande nel Padrenostro matteano sono sette, un numero preferito
dal primo evangelista. Alla dimensione escatologica del "tuo"
nella prima strofa si contrappone quella temporale del
"nostro", ripetuto più volte nella seconda (in greco
ricorre otto volte il pronome "noi").
Il
confronto con il testo parallelo di
Luca mette in evidenza le notevoli divergenze. Lc riporta
cinque petizioni; tralascia la terza e la settima di Mt. Si è
cercato di ricostituire il testo originario in aramaico, ma con
risultati discordanti. Benché il Padrenostro riproduca la
preghiera insegnata da Gesù, i primi cristiani non si
preoccuparono di trasmetterla in maniera fisa. Il pensiero del
Maestro non fu travisato, ma adattato alla mentalità e alle
esigenze liturgiche delle rispettive
comunità.
Lc colloca il Padrenostro
verso la fine del ministero di Gesù (11,2-4), Mt quasi
al’inizio.
Il contesto
storico lucano è più attendibile. Tuttavia, in Mt la
preghiera di Gesù occupa il posto centrale nel discorso
della montagna. Emerge pertanto l’importanza che
l’evangelista attribuisce al Padrenostro, facendone il
punto focale verso cui fa convergere tutto il contenuto del
discorso programmatico di Gesù sul
regno.
v. 9 "Padre nostro, che
sei nei cieli ": è l'invocazione con la quale si apre il
Padrenostro. Anche nell'AT, nella letteratura giudaica ed
extrabiblica Dio era conosciuto e invocato come "Padre", ma inteso
nel senso di creatore, re e signore dell'universo. La
paternità di Dio proclamata da Gesù si differenzia da
quella delle altre culture per il singolare rapporto di
familiarità e d'intimità ch'egli manifesta nei confronti
del Padre celeste e che partecipa pure ai suoi discepoli. Dio viene
presentato come Padre buono e premuroso. Infatti, nella sua
infinita misericordia, egli aveva preso l’iniziativa
della salvezza attraverso la missione del proprio Figlio diletto.
L’attività di Gesù per proclamare la buona
notizia dell'inaugurazione del regno, per scacciare i demoni
e guarire i malati, rappresentava 1’intervento decisivo
di Dio per imprimere un nuovo corso alla storia
umana.
Gesù stesso
offrì l'esempio della sua familiarità con il Padre,
rivolgendosi a lui con l’inconsueto titolo di
"Abbà", un termine confidenziale, usato dai
bambini nel confronto del loro babbo. Che Gesù invocasse Dio
come "Padre" risulta da numerosi testi evangelici (cf. Mt
11,25-27; 26,39-44, parr.), soprattutto da Gv (c. 17); è
probabile che si rivolgesse a lui con il termine "Abbà", come
fa nella preghiera al Getsemani (Mc 14,36). Sembra che anche
qualche carismatico chiamasse Dio Abbà. Tuttavia,
l’atteggiamento confidenziale di Gesù verso Dio era
impensabile presso i giudei, anzi, veniva considerato
irrispettoso. Soltanto la sua prossimità e intimità
con il Padre celeste poteva consentirgli tanta franchezza da
chiamarlo "babbo mio", "papa" nel senso più familiare della
parola.
Ora, Gesù propone ai
discepoli il Padrenostro come preghiera tipica (cf. Lc 11,1),
per sollecitarli a invocare Dio con la sua stessa confidenza
filiale. È probabile che il Padrenostro si aprisse
esattamente con il termine "Abbà". Ciò sembra
confermato da san Paolo, che pone in bocca al credente, mosso dallo
Spirito Santo, l'invocazione "Abbà" (Gai 4,6;Rm 8,15). Il
cristiano, innestato in Cristo con il battesimo e costituito figlio
adottivo di Dio, può invocare Dio con lo stesso
sentimento e con la medesima familiarità di
Gesù.
L'aggiunta "che sei nei
cieli" non sminuisce il tono affettivo del Padrenostro, ma
accresce la fiducia nell'orante: il Padre celeste non si può
paragonare a un "papa" terreno. Solo Dio ha la possibilità di
esaudire ogni richiesta dei suoi figli, che giovi alla loro
salvezza: egli è onnipotente, il Creatore del cielo e
della terra. La familiarità suggerita da Gesù non
offusca la sovranità di Dio, che si estende su tutto il
creato, in ciclo e in terra.
"Sia santificato il tuo
nome": è la prima domanda, strettamente connessa
ali'invocazione iniziale "Padre...", che determina l'impronta
teocentrica di tutta la preghiera. Il passivo "sia santificato"
presuppone come soggetto agente Dio stesso. In elitre parole,
è Dio che "santifica" (= glorifica) il suo nome, cioè
manifesta la sua santità, instaurando il regno. Risulta
pertanto evidente l'unità delle prime tré
petizioni, tutte incentrate sulla glorificazione del Padre.
All'iniziativa salvifica di Dio però deve corrispondere da
parte dei credenti un atteggiamento attivo per accogliere con
un cuore nuovo la sua volontà e per diffondere con impegno il
suo regno a gloria del suo nome.
Nel linguaggio biblico il
"Nome" indica la persona stessa di Dio, la sua potenza e
maestà. Dio è "Santo" in senso asso-ìuiu. Di qui il
dovere degli israeliti di essere santi per non profanare il
suo nome (cf. Es 20,7; Lv 19,2; 20,7). Ma come lamenta
Ezechiele, essi non si mantennero fedeli al patto;
perciò Dio stesso si impegnò a magnificare la sua
bontà salvifica: "Santificherò il mio nome grande,
disonorato tra le genti, profanato da voi in mezzo a loro"
(Ez 36,23). Dio avrebbe glorificato il suo nome con la
manifestazione della sua bontà (cf. Is 48,11), salvando il suo
popolo (Is 52,5-6; Es 14,17). Gesù insegna ai discepoli
a pregare il Padre affinchè glorifichi il suo nome con
l'instaurazione del regno, espressione della sua misericordia
e del suo amore sommo (cf. Nm 14,17-18). Ciò però non
esclude nell’ intenzione di Gesù anche la fedeltà
attiva dei discepoli, tenuti a onorare Dio con la loro vita
esemplare e con la testimonianza del Vangelo. La gloria di Dio
raggiungerà il culmine nell’ attuazione finale del
regno; allora la sua santità e la sua sovranità
splenderanno in tutto il loro fulgore.
v. 10 "Venga il tuo
regno": è la seconda domanda, strettamente
connessa con la prima. La missione storica di Gesù ha avuto
come scopo fondamentale l'inaugurazione del regno di Dio, un tema
che costituisce il motivo centrale della sua predicazione.
Egli non si riferisce esclusivamente alla regalità
finale di Dio, ma anche attuale. Infatti, coloro che si
aprono al messaggio di Gesù ricevono il dono dello Spirito e
possono irradiare attorno a sé la bontà, l'amore
fraterno, a imitazione di Gesù, in modo da prefigurare la
felicità del regno escatologico, il quale tuttavia
raggiungerà la sua perfezione soltanto alla fine dei
tempi, dopo il giudizio finale, quando Dio "sarà tutto
in tutti" ( 1 Cor 15,28). Nella persona e nel ministero
pubblico di Gesù le forze del regno stavano già
irrompendo nel mondo, come dimostravano i suoi miracoli, gli
esorcismi, le sue parole di vita. In lui il regno si era fatto
vicino. Con la venuta di Gesù ha avuto inizio la nuova
creazione; ogni suo seguace, in possesso dello Spirito,
può sperimentare la vicinanza di Dio, tanto da poterlo
invocare con il tenero appellativo di "Papa". Comunque, continua a
pregarlo incessantemente affinchè attui pienamente il suo
regno d'amore e di pace.
"Sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra". La terza
domanda ricapitola il significato delle due precedenti;
l'orante domanda al Padre che attui il suo disegno di
salvezza. Ciò implica l'impegno anche da parte del
discepolo di compiere la sua volontà, osservando i
comandamenti. Ancora una volta il soggetto agente è Dio, ma
anche l'uomo, sia pure in maniera subordinata e indiretta.
Gesù, Servo obbediente sino alla morte in croce, nel Getsemani
si sottomise al volere del Padre, dicendo: "Sia fatta la tua
volontà" (Mt 26,42). Il discepolo lo deve imitare. Non
si tratta d'una sottomissione passiva a Dio, ma della
collaborazione fattiva per F attuazione totale e definitiva
della salvezza, prevista per la fine dei
tempi.
L'espressione "come in
cielo cosi in terra" può riferirsi a tutte e tré le prime
petizioni del Padrenostro. La distinzione tra cielo e terra
presuppone una situazione di peccato e una certa resistenza alla
volontà di Dio nell'ambito terrestre. Il discepolo
è invitato da Gesù a pregare fervidamente il Padre,
affinchè le forze del regno agiscano fin da adesso in
profondità in un mondo rinnovato dalla proclamazione del
Vangelo,
v. 11 "Dacci oggi il
nostro pane quotidiano": è la quarta domanda. In attesa
della piena attuazione del regno di Dio, l'e-sistenza storica del
discepolo è minacciata da tré pericoli: la fame, il
peccato, il male. Di qui la necessità di supplicare il
Padre celeste per ottenere il sostentamento, il perdono dei
peccati, la custodia dal Maligno. Mentre le prime tré domande
si susseguono a ritmo incalzante, perché implicano la
richiesta di un' u-nica realtà, l'avvento del regno di Dio,
nella seconda strofa si tratta di bisogni vitali diversi, necessari
per il tempo presente.
La parola "pane" nella
Bibbia indica il nutrimento, costituito soprattutto dal pane
reale. Il cibo è indispensabile per l'esistenza. "Oggi" e
"nostro" esprimono questa necessità vitale per 1'essere umano.
Nel contesto di Lc questa petizione riguarda direttamente il
gruppo ristretto dei discepoli, che si erano messi al seguito di
Gesù, rinunciando a tutto. Ad essi il Risorto avrebbe
conferito il mandato di diffondere il Vangelo in tutto il
mondo. La famiglia, il lavoro, i beni materiali dovevano passare in
secondo ordine rispetto a questo incarico. Dio avrebbe
provveduto al loro nutrimento. Pertanto, Gesù li esorta a
rivolgersi al Padre celeste con la fiducia filiale con cui il
bambino domanda ciò di cui ha bisogno al proprio
babbo.
Fin dai primi tempi della
Chiesa si è sempre cercato di arricchire questa domanda
con significati spirituali, con il riferimento al pane del
cielo, costituito dalla parola di Dio oppure dal pane
eucaristico, connesso con il pane escatologico del banchetto etemo
(cf. Is 25,6). Il senso primario è quello del pane materiale.
Tuttavia, era vivo nell' ambiente giudaico il ricordo del
prodigio della manna, ed era profondo il sentimento di
fiducia nel soccorso della Provvidenza in tutte le
circostanze della vita. Pertanto, non è improbabile qui
un'allusione simbolica a queste altre connotazioni del
termine "pane".
v. 12 "E rimetti a noi i
nostri debiti...". La quinta domanda costituisce il
punto focale della seconda strofa. Mt in modo particolare
sottolinea il tema del perdono dei peccati, ottenuto per mezzo
della morte in croce di Gesù (26,28). Il progresso della
conoscenza di Dio nell'AT aveva acuito il senso del peccato
come contrapposizione al suo amore. Di qui l'insistenza nella
domanda di perdono per le offese a lui arrecate. Nel
giudaismo era ben noto anche il rapporto tra il perdono di
Dio e quello del prossimo (Sir 28,2). L'evangelista tiene conto
della situazione della sua comunità, composta in prevalenza da
giudeocristiani. Quando redigeva il vangelo, si stava sempre
più allargando il fossato tra la sinagoga e la Chiesa.
Forse i cristiani erano già stati esclusi dal culto sinagogale
(cf. Gv 9,22; 12,42). Tuttavia, la fedeltà al Vangelo
comportava il perdono sincero verso tutti,
a imitazione del Maestro, ch'era stato crocifisso per opera dei
capi dei giudei. Solo assumendo questo atteggiamento di bontà
verso gli avversar!, si ottemperava al comandamento fondamentale
dell'amore, di cui è compenetrato tutto il discorso
programmatico di Gesù. I suoi seguaci dovevano verificare la
sincerità della loro adesione al Vangelo proprio su questo
punto essenziale: la bontà misericordiosa di Dio, che si
estende pure verso i malvagi e gli ingiusti (5,45), implicava da
parte dei discepoli di Gesù un amore universale, persino verso
i persecutori. I termini "debiti" e "debitori", che corrispondono a
"offese" e "offensori", denotano lo sfondo semitico della redazione
di Mt.
v. 13
"Fa' che non entriamo in tentazione". La sesta domanda
rappresenta un grido implorante d'aiuto. Mentre le preghiere
giudaiche si concludevano generalmente con una lode a Dio, il
Padrenostro finisce con questa supplica accorata per la protezione
dal Maligno. Il termine greco peirasmós, oltre che
tentazione, incitamento al male, significa anche prova, esame,
verifica. Nell'AT si parla spesso delle prove con cui
Dio
corroborava la
fedeltà e le virtù degli eletti (Gn 22,1-2; Es 16,4; Dt
8,2; Sai 26,2; Sir 6,7; Sap 3,5). Gesù ci insegna a invocare
il Padre affinchè ci liberi da prove che, data la nostra
fragilità, ci potrebbero riuscire fatali. Va del tutto escluso
che Dio possa indurre qualcuno al male per provocarne la caduta.
Quindi si chiede al Padre di preservarci dal pericolo concreto e
sempre attuale di venir meno all'adesione di fede in Cristo. Il
ministero umile e contrastato di Gesù, l'apparente insuccesso
della sua missione, la tragica conclusione della sua vita potevano
costituire per i discepoli una "tentazione" grave. Perciò egli
li premunisce dallo scandalo della croce, esortandoli alla
preghiera per poter perseverare nella fede. "Ma liberaci dal
Maligno": è la settima domanda, che ribadisce la
richiesta precedente, sollecitando il soccorso del Padre per essere
liberati dal Maligno. Il termine greco ponerós può
significare "male" in senso astratto e morale, ma anche "maligno",
in senso personale, in riferimento a Satana. Con la missione di
Gesù il potere del diavolo venne scosso, ma non completamente
distrutto. Il discepolo, pertanto, deve pregare con fiducia il
Padre perché lo liberi dal Maligno (= Satana, chiamato
così in Mt 13,19; Ef 6,16.38; 1 Gv 2,13-14.; 5,18-19). Altri
esegeti preferiscono il senso astratto di "male", riferendolo al
peccato; la domanda precedente di non soccombere alla tentazione
verrebbe qui ampliata con la richiesta d'essere preservati dal male
morale, cioè da ogni peccato. Tuttavia, nel NT, al di là
del male, è segnalata spesso resistenza di un essere
personale, nemico di Dio e dell'uomo, cioè di Satana, che
"come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare" (1 Pt
5,8).
Siccome il Padrenostro
non si conclude con la consueta lode a Dio, numerosi codici
aggiungono questa dossologia: "Poiché tuo è il regno e la
potenza e la gloria nei secoli. Amen".
vv. 14-15 Alla fine del Padrenostro Mt, tenendo conto della
situazione della sua comunità perseguitata, ritorna sulla
necessità del perdono per ottenere quello divino. Si tratta di
una condizione indispensabile per l'attuazione del comandamento
dell'amore, il fulcro dottrinale del discorso della
montagna.
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