19a lezione

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parrocchia - corso bibbia
Sabato 13 Dicembre 2008 01:45

CORSO BIBLICO 2007/08




19a Lezione, Martedì 15 Aprile 2008

Commento al Padrenostro

Il Padrenostro (Mt 6,9-12)

II Padrenostro è la preghiera più nota al cristiano, per­ché insegnata da Gesù stesso e perché rappresenta la sinte­si di tutto il Vangelo (Tertulliano). La sua impronta è chia­ramente teocentrica; Dio è sovrano del mondo, perciò le sue creature possono rivolgersi a lui con fiducia filiale. Ciò che contraddistingue il Padrenostro dalle preghiere dei giudei è il rapporto immediato d'intensa familiarità che Gesù stabi­lisce tra l’orante e il Padre celeste. La novità di questo at­teggiamento scaturisce dal nocciolo della sua predicazio­ne, incentrata su una nuova concezione della paternità di Dio, che è vicino alle sue creature, che è premuroso e mi­sericordioso, nonostante la loro fragilità e ingratitudine.

L'orazione proposta da Gesù affonda le radici nella pietà giudaica, però se ne differenzia per l'estrema concisione, per l’afflato universale e per la tensione escatologica che la ca­ratterizza, determinata dall'imminenza del regno. Tale concentrazione teologica conferisce al Padrenostro un'intonazione completamente nuova, impregnata dello spirito del Vangelo. Come appare dalle prime tre domandi, la sovranità di Dio in un mondo rinnovato dallo statuto fondamentale dell’ amore costituisce l'anelito ardente di Gesù, il nocciolo del­la sua predicazione, incentrata sulla gloria del Padre.

L’originalità del Padrenostro non va però esagerata. Gesù si è ispirato alle preghiere di supplica contenute nel’AT, e in modo particolare a due formule classiche nel giudaismo, alla preghiera delle "Diciotto benedizioni" e al Qaddìsh (Santifica­to). Le convergenze più notevoli si riscontrano nella sesta be­nedizione, nella quale Dio è invocato con l'espressione "Padre nostro" (Abìnu) e gli si chiede il perdono dei peccati. È più stretta l'affìnità del Padrenostro con il Qaddìsh. Eccone l’inizio: "Sia magnifìcato e santificato il suo nome grande nel mon­do che ha creato secondo la sua volontà; che egli faccia regna­re il suo regno e faccia germogliare la sua redenzione, mandi il suo Messia... Il suo nome grande sia benedetto, per sempre".

La struttura del Padrenostro si articola in due strofe: la pri­ma (vv. 9-10) comprende l'invocazione iniziale e le tre peti­zioni rivolte al Padre in terza persona al singolare: gli si chie­de di santificare il suo nome, di attuare il regno e di fare la sua volontà. La seconda strofa (vv. 11-13), che consta di quattro domande in seconda persona al singolare, riguarda le nostre necessità temporali nel mondo presente. Siccome la quarta pe­tizione corrisponde alla terza (l'una è in forma negativa, l’altra positiva), anche la seconda strofa contiene praticamente tre richieste. Comunque, le domande nel Padrenostro matteano sono sette, un numero preferito dal primo evangelista. Al­la dimensione escatologica del "tuo" nella prima strofa si con­trappone quella temporale del "nostro", ripetuto più volte nel­la seconda (in greco ricorre otto volte il pronome "noi").

Il confronto con il testo parallelo di Luca mette in eviden­za le notevoli divergenze. Lc riporta cinque petizioni; tralascia la terza e la settima di Mt. Si è cercato di ricostituire il testo originario in aramaico, ma con risultati discordanti. Benché il Padrenostro riproduca la preghiera insegnata da Gesù, i primi cristiani non si preoccuparono di trasmetterla in maniera fisa. Il pensiero del Maestro non fu travisato, ma adattato alla mentalità e alle esigenze liturgiche delle rispettive comunità.

Lc colloca il Padrenostro verso la fine del ministero di Gesù (11,2-4), Mt quasi al’inizio.

Il contesto storico lucano è più attendibile. Tuttavia, in Mt la preghiera di Gesù occu­pa il posto centrale nel discorso della montagna. Emerge per­tanto l’importanza che l’evangelista attribuisce al Padreno­stro, facendone il punto focale verso cui fa convergere tutto il contenuto del discorso programmatico di Gesù sul regno.

v. 9 "Padre nostro, che sei nei cieli ": è l'invocazione con la quale si apre il Padrenostro. Anche nell'AT, nella letteratura giudaica ed extrabiblica Dio era conosciuto e invocato come "Padre", ma inteso nel senso di creatore, re e signore dell'universo. La paternità di Dio proclamata da Gesù si differenzia da quella delle altre culture per il singolare rapporto di familiarità e d'intimità ch'egli manifesta nei confronti del Padre celeste e che partecipa pure ai suoi discepoli. Dio viene presentato co­me Padre buono e premuroso. Infatti, nella sua infinita miseri­cordia, egli aveva preso l’iniziativa della salvezza attraverso la missione del proprio Figlio diletto. L’attività di Gesù per pro­clamare la buona notizia dell'inaugurazione del regno, per scac­ciare i demoni e guarire i malati, rappresentava 1’intervento de­cisivo di Dio per imprimere un nuovo corso alla storia umana.

Gesù stesso offrì l'esempio della sua familiarità con il Pa­dre, rivolgendosi a lui con l’inconsueto titolo di "Abbà", un ter­mine confidenziale, usato dai bambini nel confronto del loro babbo. Che Gesù invocasse Dio come "Padre" risulta da nu­merosi testi evangelici (cf. Mt 11,25-27; 26,39-44, parr.), so­prattutto da Gv (c. 17); è probabile che si rivolgesse a lui con il termine "Abbà", come fa nella preghiera al Getsemani (Mc 14,36). Sembra che anche qualche carismatico chiamasse Dio Abbà. Tuttavia, l’atteggiamento confidenziale di Gesù verso Dio era impensabile presso i giudei, anzi, veniva considerato irri­spettoso. Soltanto la sua prossimità e intimità con il Padre ce­leste poteva consentirgli tanta franchezza da chiamarlo "babbo mio", "papa" nel senso più familiare della parola.

Ora, Gesù propone ai discepoli il Padrenostro come pre­ghiera tipica (cf. Lc 11,1), per sollecitarli a invocare Dio con la sua stessa confidenza filiale. È probabile che il Padreno­stro si aprisse esattamente con il termine "Abbà". Ciò sem­bra confermato da san Paolo, che pone in bocca al credente, mosso dallo Spirito Santo, l'invocazione "Abbà" (Gai 4,6;Rm 8,15). Il cristiano, innestato in Cristo con il battesimo e costituito figlio adottivo di Dio, può invocare Dio con lo stes­so sentimento e con la medesima familiarità di Gesù.

L'aggiunta "che sei nei cieli" non sminuisce il tono affetti­vo del Padrenostro, ma accresce la fiducia nell'orante: il Padre celeste non si può paragonare a un "papa" terreno. Solo Dio ha la possibilità di esaudire ogni richiesta dei suoi figli, che giovi alla loro salvezza: egli è onnipotente, il Creatore del cielo e del­la terra. La familiarità suggerita da Gesù non offusca la sovra­nità di Dio, che si estende su tutto il creato, in ciclo e in terra.

"Sia santificato il tuo nome": è la prima domanda, stretta­mente connessa ali'invocazione iniziale "Padre...", che deter­mina l'impronta teocentrica di tutta la preghiera. Il passivo "sia santificato" presuppone come soggetto agente Dio stesso. In elitre parole, è Dio che "santifica" (= glorifica) il suo nome, cioè manifesta la sua santità, instaurando il regno. Risulta per­tanto evidente l'unità delle prime tré petizioni, tutte incentra­te sulla glorificazione del Padre. All'iniziativa salvifica di Dio però deve corrispondere da parte dei credenti un atteggiamen­to attivo per accogliere con un cuore nuovo la sua volontà e per diffondere con impegno il suo regno a gloria del suo nome.

Nel linguaggio biblico il "Nome" indica la persona stessa di Dio, la sua potenza e maestà. Dio è "Santo" in senso asso-ìuiu. Di qui il dovere degli israeliti di essere santi per non pro­fanare il suo nome (cf. Es 20,7; Lv 19,2; 20,7). Ma come la­menta Ezechiele, essi non si mantennero fedeli al patto; per­ciò Dio stesso si impegnò a magnificare la sua bontà salvifica: "Santificherò il mio nome grande, disonorato tra le genti, pro­fanato da voi in mezzo a loro" (Ez 36,23). Dio avrebbe glori­ficato il suo nome con la manifestazione della sua bontà (cf. Is 48,11), salvando il suo popolo (Is 52,5-6; Es 14,17). Gesù in­segna ai discepoli a pregare il Padre affinchè glorifichi il suo nome con l'instaurazione del regno, espressione della sua mi­sericordia e del suo amore sommo (cf. Nm 14,17-18). Ciò però non esclude nell’ intenzione di Gesù anche la fedeltà attiva dei discepoli, tenuti a onorare Dio con la loro vita esemplare e con la testimonianza del Vangelo. La gloria di Dio raggiun­gerà il culmine nell’ attuazione finale del regno; allora la sua santità e la sua sovranità splenderanno in tutto il loro fulgore.

v. 10 "Venga il tuo regno": è la seconda domanda, stret­tamente connessa con la prima. La missione storica di Gesù ha avuto come scopo fondamentale l'inaugurazione del regno di Dio, un tema che costituisce il motivo centrale della sua pre­dicazione. Egli non si riferisce esclusivamente alla regalità fi­nale di Dio, ma anche attuale. Infatti, coloro che si aprono al messaggio di Gesù ricevono il dono dello Spirito e possono ir­radiare attorno a sé la bontà, l'amore fraterno, a imitazione di Gesù, in modo da prefigurare la felicità del regno escatologi­co, il quale tuttavia raggiungerà la sua perfezione soltanto al­la fine dei tempi, dopo il giudizio finale, quando Dio "sarà tut­to in tutti" ( 1 Cor 15,28). Nella persona e nel ministero pub­blico di Gesù le forze del regno stavano già irrompendo nel mondo, come dimostravano i suoi miracoli, gli esorcismi, le sue parole di vita. In lui il regno si era fatto vicino. Con la ve­nuta di Gesù ha avuto inizio la nuova creazione; ogni suo se­guace, in possesso dello Spirito, può sperimentare la vicinan­za di Dio, tanto da poterlo invocare con il tenero appellativo di "Papa". Comunque, continua a pregarlo incessantemente affinchè attui pienamente il suo regno d'amore e di pace.

"Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra". La terza domanda ricapitola il significato delle due precedenti; l'orante domanda al Padre che attui il suo disegno di salvez­za. Ciò implica l'impegno anche da parte del discepolo di com­piere la sua volontà, osservando i comandamenti. Ancora una volta il soggetto agente è Dio, ma anche l'uomo, sia pure in maniera subordinata e indiretta. Gesù, Servo obbediente sino alla morte in croce, nel Getsemani si sottomise al volere del Padre, dicendo: "Sia fatta la tua volontà" (Mt 26,42). Il di­scepolo lo deve imitare. Non si tratta d'una sottomissione pas­siva a Dio, ma della collaborazione fattiva per F attuazione to­tale e definitiva della salvezza, prevista per la fine dei tempi.

L'espressione "come in cielo cosi in terra" può riferirsi a tutte e tré le prime petizioni del Padrenostro. La distinzione tra cielo e terra presuppone una situazione di peccato e una certa resistenza alla volontà di Dio nell'ambito terrestre. Il di­scepolo è invitato da Gesù a pregare fervidamente il Padre, affinchè le forze del regno agiscano fin da adesso in profon­dità in un mondo rinnovato dalla proclamazione del Vangelo,

v. 11 "Dacci oggi il nostro pane quotidiano": è la quarta domanda. In attesa della piena attuazione del regno di Dio, l'e-sistenza storica del discepolo è minacciata da tré pericoli: la fa­me, il peccato, il male. Di qui la necessità di supplicare il Pa­dre celeste per ottenere il sostentamento, il perdono dei peccati, la custodia dal Maligno. Mentre le prime tré domande si sus­seguono a ritmo incalzante, perché implicano la richiesta di un' u-nica realtà, l'avvento del regno di Dio, nella seconda strofa si tratta di bisogni vitali diversi, necessari per il tempo presente.

La parola "pane" nella Bibbia indica il nutrimento, costi­tuito soprattutto dal pane reale. Il cibo è indispensabile per l'esistenza. "Oggi" e "nostro" esprimono questa necessità vitale per 1'essere umano. Nel contesto di Lc questa petizione riguar­da direttamente il gruppo ristretto dei discepoli, che si erano messi al seguito di Gesù, rinunciando a tutto. Ad essi il Risor­to avrebbe conferito il mandato di diffondere il Vangelo in tut­to il mondo. La famiglia, il lavoro, i beni materiali dovevano passare in secondo ordine rispetto a questo incarico. Dio avreb­be provveduto al loro nutrimento. Pertanto, Gesù li esorta a ri­volgersi al Padre celeste con la fiducia filiale con cui il bambi­no domanda ciò di cui ha bisogno al proprio babbo.

Fin dai primi tempi della Chiesa si è sempre cercato di ar­ricchire questa domanda con significati spirituali, con il rife­rimento al pane del cielo, costituito dalla parola di Dio oppu­re dal pane eucaristico, connesso con il pane escatologico del banchetto etemo (cf. Is 25,6). Il senso primario è quello del pane materiale. Tuttavia, era vivo nell' ambiente giudaico il ri­cordo del prodigio della manna, ed era profondo il sentimen­to di fiducia nel soccorso della Provvidenza in tutte le circo­stanze della vita. Pertanto, non è improbabile qui un'allusio­ne simbolica a queste altre connotazioni del termine "pane".

v. 12 "E rimetti a noi i nostri debiti...". La quinta do­manda costituisce il punto focale della seconda strofa. Mt in modo particolare sottolinea il tema del perdono dei peccati, ottenuto per mezzo della morte in croce di Gesù (26,28). Il progresso della conoscenza di Dio nell'AT aveva acuito il sen­so del peccato come contrapposizione al suo amore. Di qui l'insistenza nella domanda di perdono per le offese a lui ar­recate. Nel giudaismo era ben noto anche il rapporto tra il per­dono di Dio e quello del prossimo (Sir 28,2). L'evangelista tiene conto della situazione della sua comunità, composta in prevalenza da giudeocristiani. Quando redigeva il vangelo, si stava sempre più allargando il fossato tra la sinagoga e la Chie­sa. Forse i cristiani erano già stati esclusi dal culto sinagogale (cf. Gv 9,22; 12,42). Tuttavia, la fedeltà al Vangelo comportava il perdono sincero verso tutti, a imitazione del Maestro, ch'era stato crocifisso per opera dei capi dei giudei. Solo assumendo questo atteggiamento di bontà verso gli avversar!, si ottemperava al comandamento fondamentale dell'amore, di cui è compenetrato tutto il discorso programmatico di Gesù. I suoi seguaci dovevano verificare la sincerità della loro adesione al Vangelo proprio su questo punto essenziale: la bontà misericordiosa di Dio, che si estende pure verso i malvagi e gli ingiusti (5,45), implicava da parte dei discepoli di Gesù un amore universale, persino verso i persecutori. I termini "debiti" e "debitori", che corrispondono a "offese" e "offensori", denotano lo sfondo semitico della redazione di Mt.

  v. 13 "Fa' che non entriamo in tentazione". La sesta domanda rappresenta un grido implorante d'aiuto. Mentre le preghiere giudaiche si concludevano generalmente con una lode a Dio, il Padrenostro finisce con questa supplica accorata per la protezione dal Maligno. Il termine greco peirasmós, oltre che tentazione, incitamento al male, significa anche prova, esame, verifica. Nell'AT si parla spesso delle prove con cui Dio

corroborava la fedeltà e le virtù degli eletti (Gn 22,1-2; Es 16,4; Dt 8,2; Sai 26,2; Sir 6,7; Sap 3,5). Gesù ci insegna a invocare il Padre affinchè ci liberi da prove che, data la nostra fragilità, ci potrebbero riuscire fatali. Va del tutto escluso che Dio possa indurre qualcuno al male per provocarne la caduta. Quindi si chiede al Padre di preservarci dal pericolo concreto e sempre attuale di venir meno all'adesione di fede in Cristo. Il ministero umile e contrastato di Gesù, l'apparente insuccesso della sua missione, la tragica conclusione della sua vita potevano costituire per i discepoli una "tentazione" grave. Perciò egli li premunisce dallo scandalo della croce, esortandoli alla preghiera per poter perseverare nella fede. "Ma liberaci dal Maligno": è la settima domanda, che ribadisce la richiesta precedente, sollecitando il soccorso del Padre per essere liberati dal Maligno. Il termine greco ponerós può significare "male" in senso astratto e morale, ma anche "maligno", in senso personale, in riferimento a Satana. Con la missione di Gesù il potere del diavolo venne scosso, ma non completamente distrutto. Il discepolo, pertanto, deve pregare con fiducia il Padre perché lo liberi dal Maligno (= Satana, chiamato così in Mt 13,19; Ef 6,16.38; 1 Gv 2,13-14.; 5,18-19). Altri esegeti preferiscono il senso astratto di "male", riferendolo al peccato; la domanda precedente di non soccombere alla tentazione verrebbe qui ampliata con la richiesta d'essere preservati dal male morale, cioè da ogni peccato. Tuttavia, nel NT, al di là del male, è segnalata spesso resistenza di un essere personale, nemico di Dio e dell'uomo, cioè di Satana, che "come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare" (1 Pt 5,8).

Siccome il Padrenostro non si conclude con la consueta lode a Dio, numerosi codici aggiungono questa dossologia: "Poiché tuo è il regno e la potenza e la gloria nei secoli. Amen".

   vv. 14-15 Alla fine del Padrenostro Mt, tenendo conto della situazione della sua comunità perseguitata, ritorna sulla necessità del perdono per ottenere quello divino. Si tratta di una condizione indispensabile per l'attuazione del comandamento dell'amore, il fulcro dottrinale del discorso della montagna.


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