17a lezione

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parrocchia - corso bibbia
Sabato 13 Dicembre 2008 01:45

CORSO BIBLICO 2007/08




17a Lezione, Martedì 18 Marzo 2008


LETTURA DEL VANGELO SECONDO GIOVANNI  11,1-45

La risurrezione di Lazzaro

 

La Risurrezione è certamente il segno più grande che Gesù compie ed è riportato solo dal Vangelo Secondo Giovanni. Quello che emerge ad una lettura più attenta del testo, nonostante il   grande effetto dal fatto della risurrezione di Lazzaro, è la figura di Gesù messa sempre al centro. Quindi il vero RISORTO è GESU’ : Io sono la risurrezione e la vita (vv. 14,6). Se contiamo i segni fatti da Gesù siamo arrivati al settimo. Sette rimanda alla creazione e Gesù allora è la nuova vita che Dio instaura sulla terra. Gesù è la vita quella dopo la morte, una vita nuova per l’eternità. Come Cristiani siamo per la fede che il vangelo ci indica, oppure facciamo il solito compromesso: morire vivendo? Cioè vogliamo il paradiso ma come la vita che abbiamo lasciata migliorata? Siamo per la risurrezione, cioè entrare in una dimensione totalmente diversa da quella prima della morte? Ambientazione: Lazzaro significa Dio Aiuta; Betania vuol dire casa dell’afflizione, villaggio a tre chilometri dal monte degli ulivi.  clima veramente tetro e mortale. Marta vuol dire padrona e Maria resa importante da Dio. Questa famiglia è benestante (Gv 12,1-9). Anche qui come nel cieco di Gerico l’infermità è presa in considerazione come spunto per manifestare la gloria di Dio e la sua salvezza  tramite l’opera di Gesù. Il Signore, dopo la notizia dell’aggravarsi della malattia di Lazzaro, non si muove per due giorni da dove era, ha un piano: vuol dimostrare ancora di più ai suoi che Lui è Dio.  Arrivato a Betania Lazzaro è morto, e Gesù si commuove come avremmo fatto tutti. il fatto che Gesù piange e parla della morte come di un sonno indica la piena divinità di Gesù (risuscita i morti) e la piena umanità di Gesù (piange per l’amico).  il confine tra morte e vita diviene molto sottile. infatti nel capitolo precedente Gesù fugge da Gerusalemme. I giudei volevano lapidarlo perché s’era fatto Dio, ora vuole tornarci con grande disappunto dei discepoli, che tengo alla loro vita. Gesù risponde indicando le 12 ore del giorno c’è vita, si lavora, quindi si va a dare la vita nel nome di Gesù: il nuovo lavoro dei futuri apostoli di Cristo. Finché c’è lui non hanno niente da temere. Lui è la luce, i discepoli devono temere la notte, ma finché c’è Gesù c’è luce e si lavora per il Regno di Dio, per dare la vita. I discepoli hanno paura! Gesù, per confortali cerca di spiegare il suo modo di concepire la morte e dice che Lazzaro è addormentato, allora i discepoli traggono delle conseguenze umane: “ se dorme si sveglierà, noi abbiamo paura di andare in Giudea e quindi non ci muoviamo!”. Questo ci fa riflettere: Gesù è la Risurrezione, ma a noi forse sta bene questa vita mortale: “Noi ci crediamo Gesù alla risurrezione basti che arrivi il più tardi possibile! Per la risurrezione bisogna passare per la morte e questo passaggio non piace proprio a nessuno”. Lo scambio tra sonno e morte suggerisce che Gesù intende la risurrezione già dal battesimo e invece per noi comincia dopo la morte: c’è uno spostamento di prospettiva! Come erano i funerali a tempo di Gesù, che percezioni c’era della morte? La tumulazione avveniva il giorno stesso della morte. I primi sette giorni dopo il funerale sui chiamano “Shiva” dalla parola “ Sheva” che in ebraico significa “sette”; le persone in lutto si siedono a terra e ricevono visite da amici e parenti per le condoglianze. Dopo la “Shiva” c’è una cerimonia di commemorazione a fianco della fossa. Un altro giorno significativo è il trentesimo giorno dopo la morte in cui i congiunti ritornano al cimitero; a distanza di un anno si ripete lo stesso rituale. Da questo momento in poi ogni anno si ripete la commemorazione del defunto. Marta, la padrona, lei che aveva sempre gestito tutto di quella famiglia, come nell’altro episodio di Gesù nella sua casa, vuole comandare Gesù. Marta rompe il rituale funebre e va incontro a Gesù, il quale arriva a Betania il quarto giorno (metà di 8) c’è un riamando l fatto che si credeva che dopo tre giorni lo spirito del morto abbandonasse il corpo. Marta chiede la risurrezione nell’ultimo giorno senza tanti scrupoli, Lazzaro ormai è morto ma almeno il Paradiso se lo merita! (vv. 24) Gesù dice “ Io sono la risurrezione e la vita...” questo è il punto focale del brano in questione: Gesù è il datore della vita eterna che comincia da ora a quanti credono nella sua Parola. La morte fisica è un fatto transitorio ciò che importa è la vita eterna che solo Gesù può comunicare. La risurrezione di Lazzaro è solo un “segno” del suo potere di dare a quanti credono la vita eterna. La morte tende a dire “fine”, Gesù indica invece con la morte “inizio”. Con la fede in Gesù questo inizio è anticipato, chi è unito Gesù con la fede, partecipa già alla vita divina, che gli consentirà di sfuggire alla morte eterna. La risposta di Marta (VV. 27) è una dichiarazione di fede in Gesù che è il Messia, Figlio di Dio che esprime la fede della comunità del evangelista Giovanni. Maria ancora una volta esprime i sentimenti profondi dell’animo umano e qui è descritta la RABBIA contro la morte. Gesù si turbò di fronte alla tomba. Siamo in un momento profondamente umano, ricco di sensazioni che anche noi proviamo e proprio perché profondamente umano anche intensamente divino. Gesù, dopo le obiezioni al suo comando di spostare la pietra dal sepolcro, guarda in alto, verso Dio sorgente di tutto quello che lui è e fa, ringrazia ( Eucarestein) e grida a Lazzaro di venire fuori. Impressiona la veridicità della scena. Gesù comanda (grida) di uscire al morto dalla morte, dalle tenebre alla luce, dall’assenza di Gesù alla sua presenza. Lazzaro è descritto proprio come un cadavere in cui è cominciata la decomposizione. Tutto è descritto in modo da coinvolgere chi legge, quasi fossimo tra coloro che assistono alla scena. Le storie del Vangelo non sono scritte solo per essere lette, ma anche per essere rivissute. La storia di Lazzaro è stata scritta per dirci questo: c’è una risurrezione del corpo e c’è una risurrezione del cuore; se la risurrezione del corpo avverrà «nell’ultimo giorno», quella del cuore avviene, o può avvenire, ogni giorno. Questo è il significato della risurrezione di Lazzaro che la liturgia ha evidenziato con la scelta della prima lettura del profeta Ezechiele sulle ossa aride. Il profeta ha una visione: vede un’immensa distesa di ossa rinsecchite e capisce che esse rappresentano il morale del popolo che è a terra. La gente va dicendo: «La nostra speranza è svanita, noi siamo perduti» (Ez 37,11). A essi è rivolta la promessa di Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe... Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete» (vv. 12.14). Anche in questo caso non si tratta della risurrezione finale dei corpi, ma della risurrezione attuale dei cuori alla speranza. Quei cadaveri, si dice, si rianimarono, si misero in piedi ed erano «un esercito grande, sterminato» (v. 10). Era il popolo d’Israele che tornava a sperare dopo l’esilio. Da tutto questo deduciamo una cosa che conosciamo anche per esperienza: che si può essere morti, anche prima di... morire, mentre siamo ancora in questa vita. E non parlo solo della morte dell’anima a causa del peccato; parlo anche di quello stato di totale assenza di energia, di speranza, di voglia di lottare e di vivere che non si può chiamare con nome più indicato che questo: morte del cuore.A tutti quelli che per le ragioni più diverse (matrimonio fallito, tradimento del coniuge, traviamento o malattia di un figlio, rovesci finanziari, crisi depressive, incapacità di uscire dall’alcolismo, dalla droga) si trovano in questa situazione, la storia di Lazzaro dovrebbe arrivare come il suono di campane il mattino di Pasqua. Chi può darci questa risurrezione del cuore? Per certi mali, sappiamo bene che non c’è rimedio umano che tenga. Le parole di incoraggiamento lasciano il terreno che trovano. Anche in casa di Marta e Maria c’erano dei «giudei venuti per consolarle», ma la loro presenza non aveva cambiato nulla. Bisogna «mandare a chiamare Gesù», come fecero le sorelle di Lazzaro. Invocarlo come fanno le persone sepolte sotto una valanga o sotto le macerie di un terremoto che richiamano con i loro gemiti l’attenzione dei soccorritori. Spesso le persone che si trovano in questa situazione non sono in grado di fare niente, neppure di pregare. Sono come Lazzaro nella tomba. Bisogna che altri facciano qualcosa per loro. Sulla bocca di Gesù troviamo una volta questo comando rivolto ai suoi discepoli: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti» (Mt 10,8). Che cosa intendeva dire Gesù: che dobbiamo risuscitare fisicamente dei morti? Se fosse così, nella storia si contano sulle dita i santi che hanno messo in pratica quel comando di Gesù. No, Gesù intendeva anche e soprattutto i morti nel cuore, i morti spirituali. Parlando del figliol prodigo, il padre dice: «Egli era morto ed è tornato in vita» (Lc 15,32). E non si trattava certo di morte fisica, se era tornato a casa. Quel comando: «Risuscitate i morti» è rivolto dunque a tutti i discepoli di Cristo. Anche a noi! Tra le opere di misericordia che abbiamo imparato da bambini, ce n’era una che diceva: «Seppellire i morti»; adesso sappiamo che c’è anche quella di «risuscitare i morti».


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