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CORSO BIBLICO 2007/08
17a Lezione, Martedì 18 Marzo
2008
LETTURA DEL VANGELO
SECONDO GIOVANNI 11,1-45
La
risurrezione di Lazzaro
La Risurrezione è
certamente il segno più grande che Gesù compie ed è
riportato solo dal Vangelo Secondo Giovanni. Quello che emerge ad
una lettura più attenta del testo, nonostante
il grande effetto dal fatto della
risurrezione di Lazzaro, è la figura di Gesù messa sempre
al centro. Quindi il vero RISORTO è GESU’ : Io sono la
risurrezione e la vita (vv. 14,6). Se contiamo i segni fatti da
Gesù siamo arrivati al settimo. Sette rimanda alla creazione e
Gesù allora è la nuova vita che Dio instaura sulla terra.
Gesù è la vita quella dopo la morte, una vita nuova per
l’eternità. Come Cristiani siamo per la fede che il
vangelo ci indica, oppure facciamo il solito compromesso: morire
vivendo? Cioè vogliamo il paradiso ma come la vita che abbiamo
lasciata migliorata? Siamo per la risurrezione, cioè entrare
in una dimensione totalmente diversa da quella prima della morte?
Ambientazione: Lazzaro significa Dio Aiuta; Betania vuol dire casa
dell’afflizione, villaggio a tre chilometri dal monte degli
ulivi. clima veramente tetro e mortale. Marta
vuol dire padrona e Maria resa importante da Dio. Questa famiglia
è benestante (Gv 12,1-9). Anche qui come nel cieco di Gerico
l’infermità è presa in considerazione come spunto
per manifestare la gloria di Dio e la sua
salvezza tramite l’opera di Gesù. Il
Signore, dopo la notizia dell’aggravarsi della malattia di
Lazzaro, non si muove per due giorni da dove era, ha un piano: vuol
dimostrare ancora di più ai suoi che Lui è
Dio. Arrivato a Betania Lazzaro è morto, e
Gesù si commuove come avremmo fatto tutti. il fatto che
Gesù piange e parla della morte come di un sonno indica la
piena divinità di Gesù (risuscita i morti) e la piena
umanità di Gesù (piange per
l’amico). il confine tra morte e vita
diviene molto sottile. infatti nel capitolo precedente Gesù
fugge da Gerusalemme. I giudei volevano lapidarlo perché
s’era fatto Dio, ora vuole tornarci con grande disappunto dei
discepoli, che tengo alla loro vita. Gesù risponde indicando
le 12 ore del giorno c’è vita, si lavora, quindi si va a
dare la vita nel nome di Gesù: il nuovo lavoro dei futuri
apostoli di Cristo. Finché c’è lui non hanno niente
da temere. Lui è la luce, i discepoli devono temere la notte,
ma finché c’è Gesù c’è luce e si
lavora per il Regno di Dio, per dare la vita. I discepoli hanno
paura! Gesù, per confortali cerca di spiegare il suo modo di
concepire la morte e dice che Lazzaro è addormentato, allora i
discepoli traggono delle conseguenze umane: “ se dorme si
sveglierà, noi abbiamo paura di andare in Giudea e quindi non
ci muoviamo!”. Questo ci fa riflettere: Gesù è la
Risurrezione, ma a noi forse sta bene questa vita mortale:
“Noi ci crediamo Gesù alla risurrezione basti che arrivi
il più tardi possibile! Per la risurrezione bisogna passare
per la morte e questo passaggio non piace proprio a nessuno”.
Lo scambio tra sonno e morte suggerisce che Gesù intende la
risurrezione già dal battesimo e invece per noi comincia dopo
la morte: c’è uno spostamento di prospettiva! Come erano
i funerali a tempo di Gesù, che percezioni c’era della
morte? La tumulazione avveniva il giorno stesso della morte. I
primi sette giorni dopo il funerale sui chiamano
“Shiva” dalla parola “ Sheva” che in
ebraico significa “sette”; le persone in lutto si
siedono a terra e ricevono visite da amici e parenti per le
condoglianze. Dopo la “Shiva” c’è una
cerimonia di commemorazione a fianco della fossa. Un altro giorno
significativo è il trentesimo giorno dopo la morte in cui i
congiunti ritornano al cimitero; a distanza di un anno si ripete lo
stesso rituale. Da questo momento in poi ogni anno si ripete la
commemorazione del defunto. Marta, la padrona, lei che aveva sempre
gestito tutto di quella famiglia, come nell’altro episodio di
Gesù nella sua casa, vuole comandare Gesù. Marta rompe il
rituale funebre e va incontro a Gesù, il quale arriva a
Betania il quarto giorno (metà di 8) c’è un
riamando l fatto che si credeva che dopo tre giorni lo spirito del
morto abbandonasse il corpo. Marta chiede la risurrezione
nell’ultimo giorno senza tanti scrupoli, Lazzaro ormai è
morto ma almeno il Paradiso se lo merita! (vv. 24) Gesù dice
“ Io sono la risurrezione e la vita...” questo è
il punto focale del brano in questione: Gesù è il datore
della vita eterna che comincia da ora a quanti credono nella sua
Parola. La morte fisica è un fatto transitorio ciò che
importa è la vita eterna che solo Gesù può
comunicare. La risurrezione di Lazzaro è solo un
“segno” del suo potere di dare a quanti credono la vita
eterna. La morte tende a dire “fine”, Gesù indica
invece con la morte “inizio”. Con la fede in Gesù
questo inizio è anticipato, chi è unito Gesù con la
fede, partecipa già alla vita divina, che gli consentirà
di sfuggire alla morte eterna. La risposta di Marta (VV. 27) è
una dichiarazione di fede in Gesù che è il Messia, Figlio
di Dio che esprime la fede della comunità del evangelista
Giovanni. Maria ancora una volta esprime i sentimenti profondi
dell’animo umano e qui è descritta la RABBIA contro la
morte. Gesù si turbò di fronte alla tomba. Siamo in un
momento profondamente umano, ricco di sensazioni che anche noi
proviamo e proprio perché profondamente umano anche
intensamente divino. Gesù, dopo le obiezioni al suo comando di
spostare la pietra dal sepolcro, guarda in alto, verso Dio sorgente
di tutto quello che lui è e fa, ringrazia ( Eucarestein) e
grida a Lazzaro di venire fuori. Impressiona la veridicità
della scena. Gesù comanda (grida) di uscire al morto dalla
morte, dalle tenebre alla luce, dall’assenza di Gesù
alla sua presenza. Lazzaro è descritto proprio come un
cadavere in cui è cominciata la decomposizione. Tutto è
descritto in modo da coinvolgere chi legge, quasi fossimo tra
coloro che assistono alla scena. Le storie del Vangelo non sono
scritte solo per essere lette, ma anche per essere rivissute. La
storia di Lazzaro è stata scritta per dirci questo:
c’è una risurrezione del corpo e c’è una
risurrezione del cuore; se la risurrezione del corpo avverrà
«nell’ultimo giorno», quella del cuore avviene, o
può avvenire, ogni giorno. Questo è il significato della
risurrezione di Lazzaro che la liturgia ha evidenziato con la
scelta della prima lettura del profeta Ezechiele sulle ossa aride.
Il profeta ha una visione: vede un’immensa distesa di ossa
rinsecchite e capisce che esse rappresentano il morale del popolo
che è a terra. La gente va dicendo: «La nostra speranza
è svanita, noi siamo perduti» (Ez 37,11). A essi è
rivolta la promessa di Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri,
vi risuscito dalle vostre tombe... Farò entrare in voi il mio
spirito e rivivrete» (vv. 12.14). Anche in questo caso non si
tratta della risurrezione finale dei corpi, ma della risurrezione
attuale dei cuori alla speranza. Quei cadaveri, si dice, si
rianimarono, si misero in piedi ed erano «un esercito grande,
sterminato» (v. 10). Era il popolo d’Israele che tornava
a sperare dopo l’esilio. Da tutto questo deduciamo una cosa
che conosciamo anche per esperienza: che si può essere morti,
anche prima di... morire, mentre siamo ancora in questa vita. E non
parlo solo della morte dell’anima a causa del peccato; parlo
anche di quello stato di totale assenza di energia, di speranza, di
voglia di lottare e di vivere che non si può chiamare con nome
più indicato che questo: morte del cuore.A tutti quelli che
per le ragioni più diverse (matrimonio fallito, tradimento del
coniuge, traviamento o malattia di un figlio, rovesci finanziari,
crisi depressive, incapacità di uscire dall’alcolismo,
dalla droga) si trovano in questa situazione, la storia di Lazzaro
dovrebbe arrivare come il suono di campane il mattino di Pasqua.
Chi può darci questa risurrezione del cuore? Per certi mali,
sappiamo bene che non c’è rimedio umano che tenga. Le
parole di incoraggiamento lasciano il terreno che trovano. Anche in
casa di Marta e Maria c’erano dei «giudei venuti per
consolarle», ma la loro presenza non aveva cambiato nulla.
Bisogna «mandare a chiamare Gesù», come fecero le
sorelle di Lazzaro. Invocarlo come fanno le persone sepolte sotto
una valanga o sotto le macerie di un terremoto che richiamano con i
loro gemiti l’attenzione dei soccorritori. Spesso le persone
che si trovano in questa situazione non sono in grado di fare
niente, neppure di pregare. Sono come Lazzaro nella tomba. Bisogna
che altri facciano qualcosa per loro. Sulla bocca di Gesù
troviamo una volta questo comando rivolto ai suoi discepoli:
«Guarite gli infermi, risuscitate i morti» (Mt 10,8). Che
cosa intendeva dire Gesù: che dobbiamo risuscitare fisicamente
dei morti? Se fosse così, nella storia si contano sulle dita i
santi che hanno messo in pratica quel comando di Gesù. No,
Gesù intendeva anche e soprattutto i morti nel cuore, i morti
spirituali. Parlando del figliol prodigo, il padre dice: «Egli
era morto ed è tornato in vita» (Lc 15,32). E non si
trattava certo di morte fisica, se era tornato a casa. Quel
comando: «Risuscitate i morti» è rivolto dunque a
tutti i discepoli di Cristo. Anche a noi! Tra le opere di
misericordia che abbiamo imparato da bambini, ce n’era una
che diceva: «Seppellire i morti»; adesso sappiamo che
c’è anche quella di «risuscitare i
morti».
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