12
Feb
2009

libro06

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heritage - attivita
Scritto da Administrator   

PRESENTAZIONE DEL LIBRO
"...ERA FATICA CAMPA"



 Il libro “era fatica a campà” realizzato nel corso del 2006 dall’associazione, è il primo lavoro scritto che raccoglie la storia e le storie, del paese di Melano e dei suoi abitanti, relative al periodo che và dall’unità d’Italia alla Seconda Guerra Mondiale.  É stato realizzato intervistando tutti coloro che in paese, per esperienza propria o per racconti tramandati, potevano riferirci i fatti e le abitudini di quel tempo, inoltre sono state effettuate delle ricerche presso la biblioteca comunale e negli archivi di Stato delle sedi di Fabriano e di Ancona. Mentre per la descrizione della vita religiosa, e non solo, è stato fondamentale il contributo di Don Ganriele Trombetti a cui và un nostro caloroso ringraziamento.




INDICE 

  • PREMESSA

    • Origini di Melano
  • CAPITOLO I: La vita rurale

  • CAPITOLO II: La religione a Melano

    • Introduzione
    • La parrocchia di Melano
    • Culto Mariano a Melano: Società dell’Addolorata
    • I santi
    • Frequenza alla vita liturgica
    • Battesimo
    • Il catechismo per la prima comunione e cresima
    • Il matrimonio
    • La Domenica
    • La morte
    • Le campane
    • Conclusioni
  • CAPITOLO III: Attività imprenditoriali a Melano

    • Esperienza di vita a Melano
    • Il piretro e i piretroidi
    • L’azienda del sapone
    • Cassa Rurale di Depositi e Prestiti in Melano di Fabriano
    • Il Circolo Agricolo Solari
  • CAPITOLO IV: Resistenza e Fascismo a Melano

    • Resistenza a Melano
    • Fascismo a Melano
  • CAPITOLO V: Poesie e Folklore a Melano

  • CAPITOLO VI: Melano in bianco e nero

    • Archivio Fotografico

    PREMESSA

    L'associazione culturale Melano Heritage nasce dall'impegno di alcuni giovani melanesi, del loro parroco e dal loro desiderio di aggregazione e di valorizzazione del patrimonio e delle tradizioni di questa zona; la parola Heritage richiama infatti significati di patrimonio, eredità e tradizione.

    In particolare, l'idea di questo lavoro si deve a Don Gabriele Trombetti, preziosissimo collaboratore, che ci ha consentito di essere i primi a fissare alcuni punti nella storia di questo paese, citando gli aneddoti principali, le storie, le tradizioni e gli avvenimenti dell'intervallo di storia che va dall'Unità d'Italia alla Seconda Guerra Mondiale. Con quest'opera, vogliamo ricordare e rendere merito a tutte quelle persone che, con il loro impegno, hanno contribuito a migliorare l'immagine e la condizione di Melano, affinché non se ne perda il ricordo. Ci sembra opportuno sottolineare che proprio le difficoltà e gli ostacoli sono stati la molla che ha reso possibile la nascita di tutte le attività nel paese: ?la necessità è la molla!? (citazione di Ulisse Mannucci).

    Per conoscere gli eventi dei tempi che furono, ci siamo avvalsi dei racconti dei più anziani e di quei soggetti che, per loro cultura, conoscono i fatti della nostra storia. Raccogliere questi racconti ha creato positivi momenti di contatto e confronto tra generazioni diverse, ormai sempre più rari e difficili.

    Questa prima edizione è stata scritta a più mani: incontrerete quindi necessariamente diversi stili narrativi; si inizia con un breve cenno sulle lontane origini per poi passare ai capitoli che descrivono le tradizioni contadine sedimentate nel tempo, la vita agricola, la religiosità e le storie dei primi imprenditori melanesi; particolare menzione per la storia della Cassa Rurale di Deposito e Prestiti, che fu vanto di Melano per un trentennio. Il libro è fornito di una ricca documentazione fotografica basata su documenti e foto dell'epoca reperite presso i locali della biblioteca comunale di Fabriano e presso gli archivi di Stato di Fabriano e di Ancona.

    Riteniamo infine doveroso avvertire il lettore che il titolo della presente raccolta deriva direttamente dall'esclamazione fatta da uno degli intervistati :"?era fatica a campà!...".


Intervista agli anziani di Melano

 

Dalle interviste dei nostri anziani emerge un quadro particolarmente diverso da quello che potremmo immaginare. Il tempo trascorso è relativamente breve ma i cambiamenti sono notevoli.

Oltre le foto riportate ci piace proporre una sintesi delle voci di coloro che hanno vissuto le trasformazioni di Melano nel frangente di tempo dalla nascita dello Stato Italiano al secondo dopo guerra.

La domanda che abbiamo rivolto ai nostri anziani è stata: sa come era Melano prima della sua nascita? Quali famiglie si erano insediate per prime e da dove provenivano?

I ricordi del passato riaffiorano gradatamente nelle memorie delle persone da noi intervistate. Dopo il primo imbarazzo c’è la gioia di raccontare, di dire a noi giovani la durezza della vita di un tempo ma la bellezza di raccontare è grande. Gli occhi sembrano brillare di una luce diversa quella della loro giovinezza, della freschezza della vita, dei primi amori del lavoro alle volte disumano e del divertimento.       

La prima immagine che affiora alla mente dei nostri vecchi, è quella della strada di Melano, fatta di terra battuta, piena di vita paesana, di animali, di attrezzi per l’agricoltura. Durante l’estate la vita era più in strada che nelle case. La polvere bianca mossa dal vento, altro elemento sempre presente nella vita del paese, sembrava la nebbia che allargandosi mostrava i muri delle case. Abitazioni povere non solo nelle forme ma anche malandate, dove dall’intonaco scrostato emergevano il rosso dei mattoni e lo sfumare rosa e bianco della pietre tipiche delle nostre parti. Case di contadini, case fatte con materiali veramente poveri ma ricche di vita, di famiglie numerose di figli di tutte le età. Allora la natività era elevata e ogni famiglia aveva più di tre figli ciascuna. La case avevano spesso due piani con sotto le stalle, la cantina e al piano sopra l’abitazione: cucina e le povere stanze da letto. La scala di solito era esterna. La stalla era per le pecore e in un angolo c’era un piccolo recinto in muratura dove c’erano i maiali. Alle volte, se la famiglia era un po’ più agiata il recinto o “stipo” del maiale era fuori della casa. Le pecore erano gli animali presenti in ogni casa. Assicuravano latte e lana e quindi erano indispensabili. Le vacche non erano ovunque e là dove c’erano servivano per il latte e per arare i campi. Da noi la razza delle mucche era la marchigiana dette anche “mongane” . Nella seconda metà del XIX secolo gli allevatori marchigiani fecero coprire le loro vacche con tori chianini per migliorare, nel bestiame da lavoro l’attitudine alla produzione di carne. Il risultato fu ben presto evidente e oltre al miglioramento della muscolosità, portò un mantello più chiaro, corna più corte e testa più leggera. In questi soggetti, chiamati “cornetti” l’attitudine era decisamente migliorata ma l’aumentata statura rendeva i buoi inadatti al lavoro sulle zone collinari delle Marche. Così nei primi anni del XX secolo, venne effettuato diffusamente l’incrocio con tori di razza Romagnola, che servì a ridurre la statura e a migliorare la conformazione della razza. I bovini marchigiani tuttavia, a seguito di tutti quegli incroci effettuati senza precise indicazioni, somigliavano più ad una popolazione che ad una vera razza. Per tale ragione, nel 1932 venne deciso di sospendere ogni forma di incrocio e di procedere al miglioramento mediante selezione effettuata secondo direttive che prevedessero l’iscrizione ai libri genealogici. Ampio è lo spazio che questa razza si è saputa conquistare partendo dalla sua culla di origine. Infatti, dalla regione delle Marche la razza si è diffusa in tutta l’Italia centrale, raggiungendo anche regioni del meridione. Le mucche femmina erano dette “vacche” e i maschi erano i “buoi”. Da qui il detto: “moglie e buoi dei paesi tuoi”.

Il maiale è sempre stato considerato un bene prezioso per la famiglia. Dopo essere stato allevato per quasi un anno a ghiande e pastoni realizzati con gli avanzi, in genere veniva e viene macellato in pieno inverno quando la temperatura è molto fredda e le varie lavorazioni sono facilitate. Del maiale non si doveva buttare assolutamente niente, grasso compreso, anche qui il detto: “del porco non si butta via niente”. Da questo tipo di mentalità sono nati i più famosi insaccati marchigiani; il ciauscolo (o ciavuscolo) e il salame di Fabriano.

La descrizione dei nostri anziani prosegue descrivendo gli uomini della famiglie Pellegrini, Minelli, Angeloni ed altre, cioè le più numerose del paese, che per generazioni hanno vissuto di pastorizia, allevamento e agricoltura; per i viaggi usavano l’asino e per coltivare ed arare le terre usavano le mucche ed i buoi. Essi campavano con i prodotti della terra e con i prodotti animali. Per scaldarsi d’inverno e per cucinare avevano in casa come in tutti i paesi un caminetto e quasi giornalmente, partivano con l’asino o il mulo, che è un incrocio tra un asino ed un cavallo, ed andavano a far legna; per tagliarla usavano l’accetta e ancor più la roncola detta anche “maraccio”.

Chi aveva almeno un gregge di pecore o di mucche le portava per tutta l’estate in montagna e ogni componente della famiglia, a turno, doveva andare in montagna per stare attento ad esse.

D’inverno, specie sulle montagne, cade la neve e per il troppo freddo, le bestie debbono scendere in paese; in inverno le pecore e gli altri animali da pastorizia debbono essere nutriti giornalmente e il lavoro diventa ancor più faticoso. Poi, quando c’è il periodo della riproduzione, il gregge, con tutti gli agnelli, diventa molto numeroso ed il pastore è costretto a volte a rimanere anche dalla mattina alla sera a soccorrere le pecore partorienti.

La vita dell’agricoltore invece è più faticosa ma meno impegnativa; tutte le stagioni sono occupate da qualche lavoro, c’è l’aratura, la semina e la raccolta; per il grano c’è la mietitura e la macina; per l’uva c’è la vendemmia e la fabbricazione del vino; non tutte le giornate però sono occupate ma quando c’è lavoro esso è spesso molto faticoso.

Molti uomini partivano da Melano per andare a lavorare fuori nelle campagne romane per le grandi attività agricole dell’agro romano. C’era chi andava anche alla raccolta della “scorza del sugaro”. In tempi più vicini a noi a fare i minatori in tante parti per estrarre vari materiali o ancor di più per costruire viadotti o acquedotti. Molti partirono per la Francia, la Svizzera e addirittura le Americhe.

Le donne normalmente badavano all’educazione dei bambini, aiutavano l’uomo nei lavori della terra, col telaio tessevano i vestiti, li lavavano con la cenere, il sapone era rarissimo e quel poco che si faceva era fatto con il grasso del maiale e la pece. Il lavatoio era non solo il posto dove le donne andavano con le ceste dei panni sporchi sulla testa, ma anche il luogo dove si sapevano le ultime notizie del paese. Il lavatoio era nella valletta sotto la chiesa dove si congiungono la strada della Pineta e quella delle Case Basse. Si sciacquavano i panni al fiume tutto l’anno, un lavoro pesante ma necessario. Le donne preparavano i pasti alla famiglia.

Le donne del paese coltivavano i fiori del piretro per produrre insetticidi.

Le famiglie più “antiche” del nostro paese sono i Pellegrini, i Minelli, gli Angeloni e i Latini. Questi ultimi erano originari di Callamato poi trasferitesi a Melano. Le stesse famiglie, con lo stesso cognome, hanno diversi ceppi di origine, per esempio marito e moglie, hanno lo stesso nome di famiglia ma non sono parenti, per lo meno in modo consanguineo. Non conosciamo le provenienze delle famiglie ma, nella maggior parte dei casi, erano originarie o di Melano stesso o di altri piccoli paesi limitrofi. La famiglia Latini era la più benestante del paese, avevano la carrozza con il cavallo e sono stati i primi che hanno avuto un’automobile.

I Latini venivano da Collamato o da Valleremita.

Il primo prete di Melano fu Don Rogo, parente di Luigi Bravi.

C’erano lavori che facevano tutti gli uomini di Melano: ad esempio portare il grano al paese era detto “la vetta”.

 


SPIDO il bandito

Così come i contadini che vivevano sul confine tra Umbria e Marche erano saccheggiati dal brigante Cinicchia, anche il nostro territorio era sconvolto dalle scorrerie dei briganti che non esitavano a perpetrare atti criminali. Alcuni racconti dei paesani riferiscono che, nella zona Ponte La Spina (dove si trova oggi l'ufficio postale) avvenivano imboscate allo scopo di rapina sui malcapitati che si trovavano a passare di là; la leggenda vuole che le vittime di questi agguati venissero sepolte sul posto per non lasciare traccia. Oltre ad essere teatro di questi fatti brutali le nostre colline furono funestate delle malefatte di "Spido il bandito".

Spido, il sopranome significa "spiedo" (probabilmente perché egli era alto e smilzo), insieme ad un gruppo di 6 o 7 elementi aveva costituito la banda soprannominata ".mazzavacche". e, verso la metà dell'800, terrorizzava gli abitanti delle frazioni di Melano, di Marischio, di Bastia e Cupo. Spido il bandito e la sua compagnia erano delinquenti crudeli e cattivi che depredavano di preferenza i contadini privandoli delle bestie, del cibo, di ogni altro avere e talora della vita.

Oltre alle sciagurate imprese, si ricorda l'episodio della sua morte che avvenne in quel di Coccore

Il giorno 23 febbraio dell'anno 1859, Spido e la sua banda mazzavacche, come era loro uso comportarsi, si erano introdotti nella casa della famiglia Latini di Melano, reclamando che venisse loro dato vino e forse anche cibo. Durante la sosta, dalle discussioni tra Spido ed i loschi figuri della sua banda, i Latini percepirono che a breve la successiva impresa sarebbe stata quella di assassinare il parroco di Coccore, reo, secondo il loro modo di vedere, di aver deciso di denunciare la banda alla polizia.

Si riferisce che il bandito non si accontentasse del solo assassinio del prete, ma che avesse in animo di strappargli il cuore dal petto per mangiarselo!

La notizia mise in allarme i Latini, che tenevano molto all'incolumità del parroco che era, tra l'altro, il maestro della scuola elementare frequentata dagli stessi figli dei Latini e di altri melanesi. Di nascosto dai delinquenti, probabilmente assopitisi dopo essere stati saziati a volontà, i Latini inviarono a Coccore un giovane paesano, tale Pellegrini Francesco che trovo via più breve attraverso i campi. Questi riuscì, col cuore in gola, a dare l'allarme al parroco e ai compaesani nei pressi della scuola, prima che i briganti si accingessero all'impresa delittuosa che avevano in programma.

Il prete, fece nascondere gli alunni all?interno della chiesa e, con l'aiuto dei paesani di Coccore, predispose la difesa dei luoghi con uomini armati nascosti qua e là.

Spido ed i suoi complici mossero fieramente alla volta della canonica, ma, arrivati sul posto, furono, con sorpresa, accolti dalle schioppettate dei fucili da caccia dei contadini. Ciò nonostante il bandito Spido ed il suo luogotenente, anziché battere in ritirata, avanzarono minacciosi, in direzione della chiesa per prenderne possesso, esponendosi così al tiro dei fucili. Furono inevitabilmente raggiunti dalla fucileria locale, mentre gli altri compari si dispersero dandosi alla macchia, i due banditi, rimasti a terra colpiti a morte, morirono poco dopo. Per via della cattiva fama che si era costruito, il bandito ed il suo compare non ricevettero la sepoltura tradizionale, ma vennero sotterrati nei pressi della chiesa.

Successivamente, attorno agli anni sessanta, durante i lavori di scavo, vennero ritrovati resti umani, tra i quali un lungo femore, che richiamò alla memoria le vicende di Spido


Usanze e pregiudizi

 

Cantamaggio 

Andato in disuso fin dal 1860 è il costume che si chiamava cantare il maggio, vale a dire, nella notte di passaggio tra aprile e maggio, alcuni individui giravano cantando e suonando per le vie del paese. Questo canto era fatto di più strofe ed accompagnato dall’organetto, dal violone da spalla, dal cimbalo e dal triangolo. Questo canto era eseguito come stornelli con delle strofe fisse ma anche con l’improvvisazione dei vari cantori. Questo inventare al momento si svolgeva tra vari cantori era una sfida, di casolare in casolare. Si girava soprattutto per racimolare un po’ di soldi ecco perché il cantamaggio si definisce canto di questua del denaro e delle uova.

 

 

I giochi fatti dalla gente a Melano

 I ragazzi si divertivano correndo dietro un pallone fatto di pezza, era un gioco che però durava poco perché molto presto andavano in campagna a badare alle greggi. Nonostante questo la palla era il gioco più praticato dai ragazzi. La povertà non dava la possibilità di avere dei giochi e la fantasia suppliva la carenza dei svaghi che si potevano permettere i figli dei padroni e dei ricchi.

Gli adulti tra un lavoro e un altro passavano un po’ di tempo giocando a dama presente in osteria, poi il gioco delle carte piacentine divise in quattro segni: le Spade rappresentanti i Soldati; i Bastoni rimandano ai Popolani; Le Coppe ai Mercanti; i Danari ai Ricchi. Queste carte sono ancora in uso. I giochi attuati sono: Bazzica, Briscola, Briscolone, Calabrache, Disperata, Gherlinson, Mariaccio o Centocinquantuno, Petrangola, Primiera, Rubamazzo, Scaracoccia, Scassa trentuno, Scopa, Scopone, Settebello, Solitario, Somaro, Tararà, Tersiglio, Tressette. I giochi poi di rischio sono: Basetta, Faraone, Maccà, Mazzetto o Bancaccio, Schenè, Sette e mezzo, Zecchinetta.

Nelle nostre zone intorno a Melano è ancora praticato il gioco della ruzzola. Esso consisteva nel lanciare un disco di legno, simile ad una forma di formaggio, il più lontano possibile. L’abilità dei lanciatori, divisi in squadre, era quella di far andare la ruzzola anche nelle curve.

Altro gioco fatto tra la gente era la mora, o morla, esso era fatto da due o quattro persone, sfidandosi a coppia. Il gioco consisteva nell’alzare la mano e poi riabbassarla verso l’avversario gridando la cifra della somma delle dita della propria e altrui mano. Questo a ripetizione finché uno dei due non indovinava la somma e segnava un punto con l’altra mano. Il numero gridato era logicamente tra 0 e 10. le liti legate a questo gioco sono memorabili.

Il gioco delle bocce fatto in 2 o 4 persone che si distribuiscono 3 o 2 pallottole di legno per ciascuna, e la squadra vincitrice di tanti punti quante sono le bocce più avvicinate ad una pallottola più piccola chiamata pallino. Il giuoco si fa ad un determinato numero di punti.

La vincita di solito di questi giochi era una bevuta pagata dagli sconfitti ai vincitori.

 

Le superstizioni:


Il cadere in terra del vino dell’olio e del sale

 Ci sono molte usanze del passato che oggi non ci sono più, tra quelle più curiose ci sono i gesti da fare quando cadevano dalla tavola il sale, il vino e l’olio. Queste hanno un fondamento concreto nella vita di ogni giorno e per alcuni erano una vera sciagura per altri invece non avevano una gravità tale per fare degli scongiuri. La base storica di questi modi di fare per scacciare la malasorte deriva dalla qualità della vita di un tempo. Vino, olio e sale erano degli elementi molto importanti per la sussistenza della gente ed è logico collegare lo spreco di questi elementi come uno sfidare la provvidenza. Il cadere del vino è segno di voler scacciare l’allegria, attirare nelle case la tristezza spesso causata dalla morte di qualche persona. Altri interpretano il cader del vino in terra una sventura perché il vino provoca liti e risse, in maggior modo quando dello stesso vino se ne è abusato. Per altri ancora il cadere del vino è segno di buon auspicio, un gesto augurale questo significato viene dai Romani.

Così il sale aveva un alto valore simbolico, legato alla conservazione dei cibi. Il sale era particolarmente caro a comprarsi e spesso si faceva a meno di utilizzarlo. Un esempio calzante che nell’Italia centrale il pane è senza sale, proprio perché costava tanto e lo Stato Pontificio vi aveva messo una tassa. Il pane invece in molte regioni limitrofe è salato perché costava di meno. Sprecarlo era avvisaglia di grande disgrazia, di sterilità, di distruzione della vita, ecc…

 

 

Il venerdì e il martedì 

Questi giorni della settimana sono stati sempre considerati un po’ nefasti, nel senso che non è bene iniziare un’attività proprio quei giorni. Il venerdì nel cristianesimo è il giorno della morte di Cristo, quindi giornata dedicata a questo fatto così doloroso. Il martedì era nel paganesimo il giorno dedicato a Marte dio della guerra, altra sciagura da allontanare il più possibile. Fare affari in questi giorni era un po’ come sfidare il fato. E spesso fatti occasionali erano presi a testimonianza di questa credenza. Alcuni proverbi infatti recitano: “né di venere, né di marte, non si sposa e non si parte”, “entra l’anno di venerdì, disgrazie tutto dì”, “chi ride il venerdì piange la domenica”.

 



Commenti
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ANTONELLA   |95.225.204.xxx |2009-04-22 15:26:29
vorrei fare la stessa ricerca e raccolta per campodonico, ma non so come iniziare, soprattutto per
il reperimento delle foto e dei documenti.
Antonella Sagramola Assisi
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Ultimo aggiornamento Martedì 24 Marzo 2009 14:46