11 Lug 2009 |
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Settimana 25-2009 "L'Italia vista da un'africana" Freetown, sabato 20 giugno 2009 Ricomincio anche io a scrivere sul blog... Nei prossimi giorni vi aggiorneremo anche sui progetti. Oggi, invece, voglio condividere quello che Missis Timbo, il rettore della nostra scuola, ci ha raccontato a proposito della sua esperienza di 6 mesi in Italia presso la scuola La Traccia di Calcinate (BG). Parlava una donna di 50 anni che aveva sempre vissuto in una casa senza acqua, luce e gas, per molti anni in una capanna. Esprimeva la sua impressione nell’impatto con una realtà talmente diversa da togliere il fiato. La stessa cosa che potremmo dire noi qui. Ovviamente si è soffermata solo sugli aspetti positivi... La cosa che l’ha colpita di più è la laboriosità delle persone: “Lo sviluppo dell’Italia – ha detto – deriva dal lavoro e non da qualche magia”. Spesso, infatti, gli africani sono portati a pensare che lo sviluppo dell’occidente sia frutto del caso o di un destino fortunato e che la ricchezza sia a facile portata di tutti. Io, volgarizzando, sostengo che molti amici sierraleonesi pensano che in Europa i soldi crescono sugli alberi. Quando ad esempio parlo del fatto che ho un mutuo in banca tanti sgranano gli occhi come di fronte alla caduta di un mito. Missis Timbo ha ripetuto più e più volte: “Tutti vanno a lavorare sempre, con pioggia, vento, neve ed arrivano sempre puntuali. Lavorano per se stessi, con passione, non solo per i soldi”. Questo aspetto della passione, dell’etica del lavoro l’ha spiazzata! Poi ha parlato dei genitori che sostengono le attività de La Traccia attraverso il volontariato, senza essere pagati, fanno iniziative per pagare le tasse ai figli di genitori che hanno perso lavoro. “Tutto in maniera disinteressata, magari nemmeno hanno figli alla scuola” ripeteva continuamente. Così come la stupiva come le maestre lavorassero ben oltre il normale orario di lavoro, e la loro cura per ogni bambino e studente in genere. Le ho chiesto perchè secondo lei succedeva tutto questo. Lei ha abbozzato una risposta: “Forse perchè amano la loro patria e vogliono contribuire a migliorarla”. Augustine, il preside della scuola superiore che è stato anche lui un anno a La Traccia ha detto la sua: “Secondo me tutto è dovuto all’abitudine alla lotta per la sopravvivenza”. Così Timbo ha ricordato dei suoi incontri con i vecchi bergamaschi che le hanno raccontato della guerra, della fame, di quando andavano a scuola senza scarpe. E lei è rimasta impressionata. “Perchè anche noi non possiamo fare così: dal niente a quello che è ora l’Italia?”. Allora hanno chiesto il mio parere... Io, per non fare teoria e per non abbandonarmi ad improbabili analisi storico-culturali, ho raccontato da dove è venuta la mia cultura del lavoro, l’etica che cerco di seguire in mezzo a mille errori e peccati. Ho narrato delle mie nonne e dei miei nonni, del loro lavoro in filanda a 12 anni lontano da casa. Di mio padre che per 50 anni ha lavorato 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, undici mesi all’anno. Dei richiami costanti all’onesta da parte di tutti, alla preghiera, al sacrificio del lavoro per la propria famiglia ecc. ecc. Sono cresciuto in un ambiente “morale” almeno tentativamente. In verità si dovrebbe dire che sono cresciuto in un ambiete “cristiano”, ma non è politically correct. Eppure quasi certamente una delle ragioni più profonde dello sviluppo dell’Occidente sta proprio nella venuta di quello strano uomo galileo circa 2.000 anni fa. Così come la ragione del declino morale, ma anche economico, sta proprio nell’esclusione dalla vita sociale e politica non solo della sua Persona, ma anche della cultura che da Lui è“partorita” Timbo alla fine ha indicato la via giusta: “Bisogna partire da noi stessi, dagli insegnanti. Non si offenda nessuno ma, non è a Padre Berton ed al Family Homes Movement che dobbiamo chiedere aiuto, non è ai genitori dei nostri alunni – come alcuni di voi hanno appena richiesto – dobbiamo partire da noi stessi!” . Ascoltando Missis Timbo mi sono commosso per la grandezza della storia del mio popolo e mi sono anche preoccupato per la deriva che stiamo vivendo oggi con dei giovani a cui gli adulti non testimoniano più la ragionevolezza e la felicità del sacrificio di alzarsi ogni mattina alle 6 per andare in fabbrica, ma il rimorso, l’insoddisfazione, la brama di essere e possedere un di più che nemmeno loro conoscono bene. Allora come qui in Sierra Leone perchè lavorare se si possono avere soldi in altre e meno faticose maniere? Mi chiedo: il senso del sacrificio, dello spaccarsi la schiena per il lavoro, della moralità dei nostri nonni era solo frutto di tradizione? Cultura? Abitudine? Non credo! Secondo me era frutto di un messaggio tramandatosi nei secoli. Ma il messaggio, senza il suo Portatore – sarebbe ora che aprissimo gli occhi – non ha senso, è lettera morta. Si riduce ad un etica che certe volte appare perfino autolesionistico seguire. Ed i nostri nonni, almeno i miei, erano tutt’altro che stupidi! CIAO, Alessandro
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