13 Giu 2010 |
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| Settimana 20 2010: "Ciao Sierra Leone!"
Freetown, 31 maggio 2010, CIAO Sierra Leone! Sono già passati tre anni. Si torna a casa. L’elicottero sorvola la capitale e ci mostra una città potenzialmente incantevole: la laguna, la spiaggia bianca, le colline verdi. Siamo troppo lontani per indovinare che quell’agglomerato di case è una baraccopoli in pieno centro, vicino alla grande discarica. Non si vede l’immondizia che ricopre il litorale fino alla fila di palme. E poi c’è il palazzo dei ministeri, quello dove ho sudato decine di camice salendo a piedi fino all’ottavo piano con 30 gradi e 80% di umidità. Quante volte ho aspettato 20 minuti per non presentarmi fradicio ed ansimante alle varie riunioni. I nostri occhi sono rossi e qualche lacrima fa la sua comparsa. Laggiù c’è la nostra casa, quella maledetta strada imprevedibilmente sconnessa che non percorreremo più mattino e sera. Il nostro Mohamed con le sue amnesie lavorative. Alla mattina non arriverà più Emma durante la colazione. Alfred non entrerà per prendere le chiavi dell’auto: “Good morning sir!”. E l’amata scuola materna di Michele e Luca? Tenerli a casa era una tragedia. Per finire con la nostra sudata e meravigliosa scuola, quella di AVSI ed FHM... E’ incredibile come il posto più sfigato del mondo possa diventare casa! Bastano degli amici, dei compagni di viaggio, la famiglia e, soprattutto, un motivo per esserci.
Queste ultime settimane sono state frenetiche e stressanti. Ce li sentivamo tutti sulle spalle i tre anni di problemi logistici – mancanza di elettricità, acqua, strade asfaltate, ospedali, ecc. – e di lavoro faticoso con persone dalla cultura profondamente diversa. Ma c’erano i progetti da chiudere, i sostituti da formare. Via di corsa per fare tutto. Poi è arrivato il 31 maggio. Come un giudice inappellabile. “Fermatevi. Ogni cosa ha fatto il suo tempo”. Abbiamo cercato di ribattere: ”Ma dobbiamo finire i lavori a scuola, c’è il budget da fare, l’inventario, la gestione del personale ancora da impostare, dobbiamo salutare gli amici…”. “Fermatevi”. Questa è la vita. Ci sarebbero ancora tante cose da fare, ma il tempo è scaduto. Vorremmo correggere errori, recuperare sbagli, fare cose nuove che avevamo custodito per tempi più tranquilli o semplicemente che sono ora arrivate a maturazione dopo un periodo di lunga preparazione. “Tutto è compiuto!”. Non resta che affidarsi alla Divina Provvidenza. Per noi e per i nostri amici. Per questo paese così trasandato eppure, nei giorni positivi, colmo di potenziale che non aspetta altro se non esplodere. Un paese che, nei giorni negativi, stenti a credere possa essere così “sbagliato”. “Non povero – dice Padre Berton – ma disorganizzato”.
Bilanci? Qui è quasi impossibile farli. Si rischia di rimanere delusi, sentirsi inutili o, peggio, onnipotenti come tanti degli espatriati che lavorano per sviluppare queste terre facendo tante cose: strade, ponti, ospedali, scuole… Tutto serve, ma manca qualcosa. Manca l’anima. Manca una proposta educativa. Sul dizionario inglese si legge che educare significa “insegnare, facilitare l’apprendimento”. Nella lingua italiana educare significa invece ”sviluppare capacità sulla base di valori e principi”. Qui sta il nocciolo della questione: è impossibile educare senza fondare l’educazione su valori e principi. La maggior parte delle Ong e delle agenzie delle Nazioni Unite con la scusa della laicità e della multiculturalità rischiano di vanificare ingenti sforzi economici (con tanti sprechi!) per questa irrealistica pretesa di voler supportare lo sviluppo di un paese senza EDUCARE. Quanta misconoscenza dell’Africa ci hanno incultato certi giornali, certi opinion leader e perfino certi missionari! Cosa portiamo a casa da questa esperienza? Come prima cosa la fede concreta e incrollabile nella Divina Provvidenza. La coscienza che il mondo non lo possiamo né cambiare né migliorare noi. Da soli. Assolutamente. Impossibile. Escluso.
Chi dobbiamo ringraziare? L’elenco dei locali sarebbe lungo, a cominciare da Claudio, le Francesche, Paolo, gli Escoute, i Buchan, i Courtney, Anton, Daniel, Augustine, John, tanti collaboratori AVSI ed i nostri Mohamed, Emma, Alfred. Ci preme, però, ricordare tutti quelli che da casa ci hanno sostenuto materialmente e spiritualmente: i nostri genitori e parenti (in particolare Aunty Queen); don Gabriele ed i nostri parrocchiani di Melano; gli amici di CL e tutti quelli che, incredibilmente, ci sono venuti a trovare. Grazie al nostro Luca e, soprattutto, per questioni temporali, al nostro Michele che dal primo giorno ci ha insegnato a guardare con semplicità, realismo e positività, a fidarci di Dio come lui – Michele – si è fidato di noi che lo abbiamo portato nel paese più povero del mondo, quello con la più alta mortalità infantile. Lo abbiamo trascinato in quest’avventura e l’ha vissuta come un cristiano dovrebbe vivere ogni circostanza: come un dono, una sorpresa quotidiana da osservare sempre stupito attraverso quei suoi grandi occhi neri. Oh Dio dacci sempre due occhi pieni di stupore come quelli di Luca e Michele. E preserva i loro dalla contaminazione del potere, degli idoli, dell’intellettualismo, dal sentimentalismo-buonismo, dall’imborghesimento e dei falsi profeti.
Cosa faremo adesso? Intanto se il 14 maggio 2007 eravamo partiti in tre per la Sierra Leone, torniamo, a Dio piacendo, in cinque. Quattro e mezzo via! E speriamo sia femmina. Poi chissà. Vacanze, quelle sì, il più possibile e poi… La Provvidenza. Non si è ancora concretizzata nessuna possibilità. AVSI ci ha parlato del Mozambico che, tanto per capirci, dista dall’Italia il doppio della Sierra Leone. Però oh, quando il Signore chiama, chiama. Che facciamo? Diciamo di no? Ma dai, non è tempo di programmi questo. Grazie a tutti! “Il mio cuore è gioioso… Perché so che tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una Sapienza che – il Cielo ne sia lodato! – non è la nostra.” AdDio Sierra Leone! Alessandro, Nicoletta, Michele, Luca e…
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